L’ATTENTATO [inizio pagina]
Bologna, 19 marzo 2002. Marco Biagi, professore di diritto del lavoro e consulente del Ministero del Lavoro, sta rientrando da Modena dove ha tenuto lezione all’università. Dalla stazione ferroviaria con la sua bicicletta percorre le vie del centro di Bologna verso via Valdonica, dove vive con la moglie e i due figli. Ad aspettarlo davanti al portone di casa, però, due persone armate pronte a ucciderlo. Sono da poco passate le otto di sera. Cinque dei sei colpi di pistola esplosi raggiungono Marco Biagi, ferendolo a morte. Mentre i soccorsi e le forze dell’ordine si precipitano sul posto, gli assassini si ritirano come pianificato, facendo perdere le loro tracce. Due giorni dopo, il 21 marzo, viene diffuso, via e-mail, un comunicato di rivendicazione:
«Il giorno 19 marzo 2002 a Bologna, un nucleo armato della nostra Organizzazione, ha giustiziato Marco Biagi[…]», firmato: Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
IL CONTESTO STORICO [inizio pagina]
Gli anni a cavallo tra la fine del “secolo breve” e l’inizio del nuovo millennio rappresentarono per l’Italia e per il mondo occidentale un importante spartiacque sotto molteplici aspetti, tanto nel contesto politico nazionale e internazionale quanto nelle dimensioni economica e sociale. La conclusione del bipolarismo USA-URSS, con la vittoria ideologica e politica del fronte occidentale e neoliberista alla fine della cosiddetta guerra fredda, andava ormai di pari passo con l’intensificarsi degli effetti della globalizzazione economica e culturale sugli stili di vita e di consumo.
NatGeo: “Gli anni ‘90”
Lo sviluppo esponenziale delle telecomunicazioni, segnato dalla diffusione di cellulari e internet, rendevano il mondo interconnesso in una misura impensabile solo dieci anni prima.
Eppure il periodo di transizione verso il nuovo millennio non era certo stato tranquillo. L’apparato politico-istituzionale era stato profondamente scosso dallo scandalo Tangentopoli e dall’inchiesta Mani Pulite: Rai, Blu Notte: “Tangentopoli”.
Il biennio 1992-1993 aveva poi visto l’avvio di una nuova stagione stragista di stampo mafioso, con gli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino, in una clima di profonda sfiducia dell’opinione pubblica verso l’apparato partitico della Prima Repubblica [1]. La difficile situazione economica di inizio decennio e l’avanzare del processo di integrazione europea avevano infatti spinto i fragili governi italiani [2] ad adottare politiche economiche e monetarie di forte impatto sull’economia nazionale, nel tentativo di superare la crisi fiscale e monetaria, e così adempiere ai cosiddetti “parametri di Maastricht” [3] in vista dell’imminente entrata in vigore della moneta unica.
Fu in particolare il settore del mercato del lavoro ad essere segnato da un impegno governativo bipartisan di riforma, tramite lo sviluppo di nuove modalità di regolamentazione dei rapporti contrattuali , la definizione di nuovi parametri per la negoziazione sindacale e il diritto di sciopero, la riforma del sistema pensionistico. L’introduzione di nuovi concetti, quali privatizzazione del pubblico impiego, flessibilità, lavoro interinale, mise inevitabilmente in discussione il modello di welfare e diritti ereditato dalle lotte della Prima Repubblica. Proprio in questo ampio processo di revisione socio-economica si sarebbero inserite le figure di Massimo D’Antona e Marco Biagi, entrambi giuslavoristi e docenti universitari, convocati a Roma in qualità di esperti con il compito di contribuire ai progetti di riforma del mercato del lavoro [4]. Tale dinamica di trasformazione complessiva interessò direttamente la rappresentanza del lavoro, la quale vide l’avvio di un’importante fase di riconversione verso un modello di concertazione nazionale tripartita tra sindacati, governo e Confindustria, con la ricerca di una convergenza di interessi per superare la fase di forte crisi economica nazionale. Un processo tuttavia molto delicato, in cui non mancarono spaccature e contestazioni da parte dalla base operaia, in particolare a partire dalla firma degli accordi sul costo del lavoro del 1992 [5]
e l’avvio della concertazione con il patto del luglio 1993 [6]. Per l’Italia, il nuovo millennio si apriva quindi sotto il segno di forti tensioni politiche e socio-economiche. Gli incerti assetti istituzionali nati dalle ceneri di Tangentopoli furono definitivamente superati con la decisiva vittoria elettorale della coalizione guidata da Silvio Berlusconi nel giugno 2001 e con l’instaurazione del governo più longevo della storia repubblicana. Di fronte alla nuova compagine governativa e al suo ingente progetto di riforme economiche, l’unitarietà inter-sindacale cominciò a mostrare i primi segni di spaccatura [7], mentre nuove battaglie sociali e nuove forme di attivismo politico conquistavano la scena, in particolare con lo sviluppo di quel movimento “No-Global” duramente marchiato dai drammatici avvenimenti del G8 di Genova nel luglio 2001. Per complicare il quadro complessivo, alla clamorosa – e tragica – ricomparsa delle Brigate Rosse con l’omicidio di Massimo D’Antona il 20 maggio 1999 a Roma, si aggiunse, nel settembre 2001, l’ingresso sulla scena di un terrorismo di matrice islamico-radicale, in grado di colpire al cuore della potenza egemone statunitense come mai successo prima, e pertanto foriero di grandi mutamenti nell’ordine di sicurezza internazionale [8]. Ancora sconvolta dagli eventi dell’11 settembre e disorientata dal corso dei rivolgimenti epocali in atto, la società italiana avrebbe dovuto però fare presto i conti con un nuovo sanguinoso capitolo della vecchia strategia sovversiva della “stella a cinque punte”, rilanciata dalle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente (Br-Pcc) la sera del 19 marzo 2002 a Bologna.
LA RIPRESA DELL’ATTIVITA’ TERRORISTICA E I SUOI NUOVI CAMPI D’AZIONE [inizio pagina]
«Attaccare e disarticolare il progetto antiproletario e controrivoluzionario di rimodellazione economico-sociale neocorporativa e di riforma dello stato».
Con queste parole d’ordine si concludeva il documento di rivendicazione dell’omicidio Biagi fatto trapelare il 21 marzo 2002. Per capire come e perché le Br-Pcc decidono di assassinare Marco Biagi, e, prima di lui, Massimo D’Antona, è però necessario fare un passo indietro di qualche anno, e calarsi nel mondo dell’estremismo di sinistra a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila.
Dalla fase di immersione al ritorno delle Br-Pcc.
Con gli arresti del 1988 e 1989 seguiti all’omicidio Ruffilli, i brigatisti identificati dagli investigatori vengono tutti condotti in tribunale e quindi incarcerati. Di fatto, l’attività delle Brigate Rosse a fine anni Ottanta si interrompe; il progetto brigatista, per quanto ancora sostenuto dai cosiddetti “irriducibili” in carcere, pare non avere più possibilità di replicarsi. La realtà degli anni Novanta vede il permanere, tuttavia, di reti di militanza che, pur non coincidendo con quelli che in futuro sarebberodivenuti i nuovi nuclei delle Br-Pcc, forniscono probabilmente la matrice entro cui individui appartenenti in vario modo alla storia della lotta armata incontrano le “nuove leve” dell’antagonismo radicale, trasmettendo e riproducendo l’ultima “tradizione brigatista” [9]. In un più generale contesto dell’ultrasinistra che vede sobbollire, soprattutto nel Nord-Est italiano, istanze neo-marxiste-leniniste di rivolta contro lo Stato e la NATO [10].
Tra queste nuove entità politiche, un ruolo cruciale è giocato dai Nuclei Comunisti Combattenti (Ncc). Formatisi fra Roma e Toscana molto probabilmente a partire da militanti brigatisti “dispersi sul campo” sfuggiti alle indagini, da ex-fiancheggiatori [11] e da nuovi aderenti, sono infatti loro a giocare, secondo le forze inquirenti e vari analisti, un ruolo di cerniera tra le “vecchie” e nuove” Br-Pcc.
Sebbene il dato di una conoscenza personale reciproca tra i membri degli Ncc e i brigatisti in carcere possa essere escluso [12], non può essere negato il fatto che tanto nella scelta dei bersagli e delle modalità di azione quanto nei documenti di rivendicazione, gli Ncc facciano ampio, quando non integrale, ricorso al patrimonio ideologico, strategico, concettuale-lessicale, e organizzativo delle Brigate Rosse [13]. Sono del resto gli stessi “irriducibili”, in un documento datato settembre 2002, a riconoscere gli Ncc come eredi del proprio percorso politico, attestando dal carcere come sia stato proprio «l’agire d’avanguardia dei Nuclei Comunisti Combattenti (Ncc)[…]» a qualificarsi come «scelta fondamentale e dirimente nel dare risoluzione ai nodi politici e alle priorità poste sul piano rivoluzionario, […] e dare adeguata continuità al processo rivoluzionario» [14].
Il dato di una sostanziale “continuità oggettiva” tra Ncc e Br-Pcc, come rivelato dai documenti relativi ai Ncc rinvenuti nel corso delle indagini sugli omicidi Biagi e D’Antona, emerge sia dalla concettualizzazione teoricache dalle linee guida adottate nel corso della ricostruzione della struttura operativa e delle azioni messe a segno dal gruppo. La consapevolezza del proprio ruolo all’interno della cosiddetta “ritirata strategica” [15] del fronte rivoluzionario; la necessità di ricostituzione delle forze rivoluzionarie in un contesto di netto “accerchiamento ” da parte dell’apparato statale e della “borghesia imperialista”; e ancora, il tentativo di coinvolgere i fronti più avanzati del proletariato, con la partecipazione diretta di nuovi candidati ad attività sovversive minori per testarne le qualità e capacità prima di ammetterle nell’Organizzazione [16]. Infine, l’adozione della guerriglia come elemento imprescindibile e irrinunciabile del proprio programma politico, attraverso la ripresa della strategia di “attacco al cuore dello Stato”, basata sull’eliminazione selettiva di figure al centro di processi di evoluzione istituzionale e/o socioeconomica in senso “antiproletario”; un’operazione omicida strutturata secondo la dottrina brigatista dei tre criteri di “centralità, selezione e calibramento” [17]. Sono questi gli elementi principali che caratterizzano la fase di transizione dagli Ncc all’azione della seconda fase delle Br-Pcc nel nuovo millennio.
L’attività iniziale degli Ncc è senza dubbio modesta [18], specialmente se paragonata ai precedenti gruppi armati, e si colloca, come già detto, in un momento storico di graduale riattivazione della sovversione di estrema sinistra. Nondimeno, è nei documenti di rivendicazione dei due attentati dinamitardi messi in atto dagli Ncc – nel 1992 contro la sede romana di Confindustria, e nel 1994 contro la sede del Nato Defence College [19], sempre nella capitale – che possono essere ritrovate in nuce le motivazioni e le analisi che ricompariranno nelle rivendicazioni degli omicidi D’Antona e Biagi. È infatti il processo di riforme del mercato del lavoro cui i due professori contribuiscono ad essere giudicato centrale dai brigatisti: l’avvio della privatizzazione del pubblico impiego, la nuova regolamentazione sul diritto di sciopero, l’introduzione del lavoro interinale e della flessibilità nei contratti di lavoro, per fare alcuni esempi, sono viste come misure essenzialmente antiproletarie, emanazione di una rinnovata iniziativa della “borghesia imperialista” per ridurre ulteriormente il welfare state e i diritti conquistati nelle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta. In questo panorama di “contro-rivoluzione”, un ruolo importante è rivestito, nell’ottica dei Ncc, dal mondo sindacale, accusato di essere compartecipe di tale strategia “antiproletaria” attraverso la sua partecipazione al meccanismo della concertazione. È la materializzazione del cosiddetto “patto-neocorporativo” tra sindacati Confindustria e governo, in cui il mondo sindacale non solo è ritenuto colpevole di collaborare alle politiche economiche restrittive – oggi diremmo di austerity – adottate dai vari esecutivi della “seconda Repubblica”; ma anche, e soprattutto, di depotenziare l’antagonismo di classe e di annullare il conflitto sociale attraverso la ricomposizione forzata della concertazione e del compromesso con le forze statali e padronali, lasciando così mano libera alle politiche di dominio e di sfruttamento della forza lavoro messe in atto dalla “borghesia imperialista”. La posizione dei Ncc, e quindi delle future Br-Pcc, è netta: questi corpi intermedi, e la CGIL in primis in quanto erede storica delle lotte operaie comuniste, hanno tradito i lavoratori e il proletariato.
L’attività terroristica e di propaganda dei Ncc, pur notata dagli apparati di Pubblica Sicurezza [20], continua sostanzialmente indisturbata nel corso degli anni Novanta, sebbene probabilmente ridotta nelle sue dimensioni per via dell’arresto fortuito di due suoi membri, Luigi Fuccini e Fabio Matteini [21] nel 1995. L’attenzione delle forze investigative è infatti tutta orientata verso quelle che sono considerate le emergenze più immediate di quel periodo: l’inchiesta Mani Pulite, le stragi di mafia, la riorganizzazione su grande scale della criminalità organizzata. Anche grazie a questo contesto – e alla loro modesta attività eversiva – gli Ncc possono maturare politicamente e logisticamente.
È solo con l’omicidio D’Antona che i brigatisti in nuce si sentono pronti e legittimati a fregiarsi della denominazione di Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente (Br-Pcc) cui corrisponde la validazione degli irriducibili in carcere [22], unici “custodi” di tale sigla e della tradizione politico-militare che la accompagna.La ricomparsa delle Br-Pcc, undici anni dopo l’omicidio Ruffilli, è quindi un fulmine a ciel sereno per le forze politiche e per la società civile, che inizialmente faticano a comprendere un tale ritorno della lotta armata, cui si lega il rimaterializzarsi di una minaccia che si credeva ormai relegata al tragico passato degli “anni di piombo”. È anche, però, un segnale per le forze investigative e di pubblica sicurezza riguardo al nuovo ambito in cui la risorta organizzazione brigatista agirà in futuro: il processo di trasformazione del mondo del lavoro e i suoi protagonisti. «Noi ci rendiamo conto di questa minaccia incombente. […] il volantino [di rivendicazione dell’attentato, ndr] rappresenta un progetto di attacco in determinate direzioni ben indicate e che l’attuale forza delle Br-Pcc è limitata, ma comunque capace di piazzare uno o due attentati all’anno» [23].
Un’impressione subitamente confermata dall’apparizione di due altre sigle eversive legate al progetto brigatista [24], operanti nel medesimo alveo. Il 14 maggio 2000, il Nipr (Nucleo di iniziativa proletaria rivoluzionaria) piazza un esplosivo di piccola entità a Roma contro la sede della Commissione studio e vigilanza della normativa antiscioperi presieduta da Gino Giugni – già personalmente colpito dalle Br-Pcc nel 1983.
L’attacco contro l’organo reputato responsabile della “demolizione del diritto di sciopero”, pur causando danni materiali risibili, è rivendicato come parte dell’avvio della propria attività in sostegno al progetto di “ricostruzione delle forze” rivoluzionarie ruotanti intorno alle Br-Pcc [25]. Quindi il 6 luglio 2000, un nuovo attentato, questa volta contro la sede milanese della Cisl, rivendicato dal Nucleo Proletario Rivoluzionario (Npr). L’attentato in realtà non riesce, perché gli esplosivi posizionati nella notte non esplodono e vengono ritrovati la mattina seguente. Tuttavia la rivendicazione è chiara: l’obiettivo dell’attacco è il “Patto per Milano”, un accordo di collaborazione sui temi della collocazione al lavoro tra la giunta di centro-destra del Comune di Milano e alcune sigle sindacali. I tavoli preparatori di tale accordo vedono infatti il confronto tra la giunta meneghina e la Cisl, supportati dalla consulenza tecnica di un rinomato professore dell’Università di Modena e Reggio Emilia: Marco Biagi. Molti dei temi sollevati nella rivendicazione del Npr torneranno significativamente l’anno successivo, all’indomani dell’attentato del 19 marzo 2002: i contratti di formazione-lavoro, le deroghe alla contrattazione collettiva, la precarizzazione del lavoro, l’apprendistato, i contratti di emersione, il lavoro interinale, la fine delle tutele per le categorie dei nuovi occupati [26]. Non a caso, è proprio a seguito di questo fallito attentato che al professor Biagi verrà fornita una scorta a Milano, poi estesa a Modena, Bologna e Roma, seppur in misura non costante.Nel 2001, il Nipr compie il suo ultimo attentato, prima di sparire dalla scena per sempre: nella notte tra il 9 e il 10 aprile 2001, un potente esplosivo viene fatto detonare contro la sede dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) a Roma, provocando ingenti danni materiali.
L’attentato è un successo, e dimostra un’importante crescita organizzativa del gruppo; motivo che rende ancora più emblematica la scomparsa di questa sigla eversiva, e più plausibile il suo riassorbimento nell’organizzazione romana delle Br-Pcc. Nella rivendicazione dell’attentato, il Nipr condanna in toto il panorama delle opposizioni politiche e sociali [27]: la lotta armata rappresenterebbe l’unica e vera via per affrontare con successo la nuova dimensione globale della “borghesia imperialista”; solo il progetto delle Br-Pcc sarebbe in grado di dare sostanza, continuità e prospettiva a questo obiettivo. Una condanna delle deviazioni dalla “dottrina rivoluzionaria” quindi, ma anche una sorta di appello ai “veri rivoluzionari”; un invito ad aggregarsi attorno al nucleo brigatista. Di lì a pochi mesi, i militanti brigatisti avrebbero dato il via all’inchiesta su Marco Biagi, ossia alla preparazione tattica del successivo capitolo della propria strategia sovversiva.PERCHÈ MARCO BIAGI [inizio pagina]
«Il giorno 19 marzo 2002 a Bologna, un nucleo armato della nostra Organizzazione, ha giustiziato Marco Biagi consulente del ministro del lavoro Maroni, ideatore e promotore delle linee e delle formulazioni legislative di un progetto di rimodellazione della regolazione dello sfruttamento del lavoro salariato, e di ridefinizione tanto delle relazioni neocorporative tra Esecutivo, Confindustria e Sindacato confederale, quanto della funzione della negoziazione neocorporativa in rapporto al nuovo modello di democrazia rappresentativa» [28].
Marco Biagi nasce il 24 novembre 1950 a Bologna, città in cui ha sempre vissuto nonostante i numerosi impegni accademici e professionali. Dopo gli studi universitari in giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum, esercita la libera docenza in varie istituzioni accademiche fino al 1984, quando vince la cattedra di Diritto del Lavoro e Diritto Sindacale Italiano e Comparato presso la facoltà di Economia dell’Università di Modena.
All’attività accademica Marco Biagi affianca un’intensa attività di collaborazione e consulenza professionale con gli uffici governativi. Dal 1995 è consigliere del Ministero del Lavoro Tiziano Treu, durante le fasi di sviluppo del “pacchetto” contenente la regolamentazione della flessibilità lavorativa, in particolare riguardo i contratti a tempo determinato, il lavoro interinale e altre forme contrattuali di lavoro atipico. Nel frattempo matura il suo rapporto di collaborazione con le istituzioni europee già avviato agli inizi degli anni Novanta: nel 1997 è infatti nominato Rappresentante del Governo italiano nel Comitato per l’occupazione e il mercato del lavoro dell’Unione Europea, ricoprendo anche il ruolo di consigliere dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi. Quindi, l’anno successivo, è nominato Consigliere del Ministro del lavoro Antonio Bassolino – incarico ricoperto in precedenza anche da Massimo D’Antona – e Consigliere del Ministro dei trasporti, Tiziano Treu. Nel 1999 è Vice-Presidente del Comitato per l’occupazione e il mercato del lavoro dell’Unione Europea e Consigliere del Ministro per la Funzione Pubblica. Tra il 1999 e il 2000 si dedicherà a diverse consulenze per gli enti locali di Modena e Milano, in particolare giungendo all’elaborazione del già citato “Patto per Milano”, che attirerà su di sé, come visto, le attenzioni brigatiste. Infine, nel 2001, con l’avvio del governo Berlusconi, diviene consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni
per l’elaborazione delle riforma del mercato del lavoro, mentre accetta l’incarico di Consigliere del Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, e quindi la nomina a componente del Gruppo di alta riflessione sul futuro delle relazioni industriali, istituito dalla Commissione europea [29].Da questo curriculum emerge un’attività di consulenza assidua, prestata indistintamente dal colore politico dell’amministrazione in carica. Ed è proprio il resoconto puntuale dell’attività del professor Biagi a comparire nel documento di rivendicazione delle Br-Pcc come a giustificazione della scelta del bersaglio della propria azione. L’accusa principale rivolta dai brigatisti al professore bolognese è il suo contributo all’elaborazione prima del “Patto per Milano”, e quindi del “Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”, un documento redatto nel corso del 2001 da Biagi, dal sottosegretario del Ministero del Lavoro Sacconi e altri consulenti, in cui si esponevano le principali aree tematiche di intervento prospettate come prossima attività del governo Berlusconi. Tra i temi principalmente avversati dai brigatisti vi erano, oltre all’ormai consolidata critica alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, la teorizzazione dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e il nuovo modello di “dialogo sociale”, proposto dal Libro Bianco in sostituzione al modello di concertazione che aveva caratterizzato il decennio precedente. Marco Biagi, agli occhi dei brigatisti è quindi colpevole di «aver avuto un ruolo attivo in una serie di indirizzi legislativi che […] avrebbero portato a nuove e più penalizzanti forme di precariato e sfruttamento dei lavoratori, congegnate in modo tale da distruggere l’identità operaia o lavoratrice e imbrigliare ogni tentativo di ribellione» [30].
Viene quindi individuato in quanto elemento funzionale di quel “processo contro-rivoluzionario” della “borghesia imperialista” nei cui confronti le Br-Pcc si vedono come unico e imprescindibile contrasto politico-militare. Per i brigatisti, colpire Marco Biagi, «rappresentante delle istanze e persino dei sogni di Confindustria», non vuol dire colpire una persona, un essere umano. Significa, invece, mettere in difficoltà la trattativa tra governo e mondo sindacale sui temi di riforma del mercato del lavoro e dimostrare la presenza di una “opposizione rivoluzionaria” [31]. Significa colpire “una progettualità” tesa “alla costruzione di equilibri politici generali e parziali” tra i vari interessi sociali e politici che attraversano la “borghesia imperialista”. In altre parole, colpire Biagi – come D’Antona e Ruffilli prima di lui – significa colpire quelle figure in grado di trovare la mediazione che, forgiando l’equilibrio tra le diverse spinte della classe dominante – di cui i sindacati ormai sono visti come mero strumento – ne depotenziano le contraddizioni interne e ne mantengono intatto il potere sul “proletariato” [32].Queste quindi le principali ragioni che guidano il pensiero strategico e tattico dei brigatisti nel corso del 2001, in contemporanea all’elaborazione e pubblicazione del Libro Bianco nell’ottobre di quell’anno. C’è tuttavia un’altra condizione necessaria affinché maturi l’assassinio del professore. Non deve potersi avvalere di servizi di scorta o di altre misure difensive: le ridotte capacità operative delle Br-Pcc non consentirebbero infatti la buona riuscita del piano omicida qualora il professore non fosse indifeso. Tale fondamentale analisi emerge tanto dalle valutazioni delle forze inquirenti sui documenti brigatisti sequestrati nel corso delle indagini [33] quanto alle dichiarazioni in sede processuale di Cinzia Banelli in merito all’attività di “Inchiesta” sul bersaglio condotta nell’autunno-inverno 2001-2002 [34].
La revoca definitiva della scorta nel settembre 2001 a seguito di tagli adottati a livello nazionale, è preceduta da lacune del servizio di tutela già dall’estate di quell’anno. Biagi ritiene che le autorità competenti stiano sottovalutando il pericolo personale da lui corso.
La7: Le lettere di Marco Biagi
I documenti di rivendicazione a firma Npr-Nipr e altri segnali sembrano far sinistramente convergere l’attenzione delle sigle eversive di sinistra sulla sua persona [35]. A tutto ciò vanno aggiunte le molteplici telefonate minatorie ricevute dal professore nel corso dell’estate 2001, in cui l’anonimo interlocutore pare essere sempre aggiornato sulla presenza o meno di agenti a sua tutela [36]. Biagi segnala tutti questi elementi in diverse lettere, tanto alle autorità di pubblica sicurezza di Bologna quanto a personalità istituzionali con cui ha rapporti professionali o di conoscenza [37], chiedendo aiuto nel far sì che il servizio di tutela sia ripristinato in tutte le sedi in cui svolge la propria attività lavorativa, senza però alcun risultato effettivo. La questura di Bologna pare peraltro giudicare infondate le preoccupazioni di Biagi, arrivando a ignorare le pressanti richieste del professore e a negare la possibilità di un incontro col questore [38]. A livello di intelligence centrale l’analisi è invece opposta: il Co.Pa.Co. nella relazione dell’8 marzo 2002 rileva una «decisa ostilità [dei gruppi terroristi e in particolare le Br-Pcc, ndr] nei confronti della compagine governativa per le sue scelte in materia di politica economica […]. Nel mirino dei nuovi interventi offensivi ci sono le personalità politiche, sindacali e imprenditoriali maggiormente impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti» [39]. Quattro giorni dopo, il Cesis [40] invita i vari ministeri a indicare personale alle proprie dipendenze potenzialmente a rischio. La risposta dal ministero del Welfare arriva solo il 19 marzo, con tre nominativi: il sottosegretario Sacconi, l’avvocato Paolo Sassi e il professor Marco Biagi.
La sera dello stesso giorno, in via Valdonica a Bologna, i militanti delle Br-Pcc Mario Galesi e Roberto Morandi attendono il professore sulla porta di casa. A coprire le spalle degli attentatori ci sono le militanti Nadia Desdemona Lioce, Diana Blefari Melazzi e Cinzia Banelli, con il compito di controllo delle vie adiacenti. Vengono esplosi sei colpi, tanti quanti colpiscono Massimo D’Antona tre anni prima, dalla stessa arma responsabile di quell’omicidio: è la tragica firma delle Br-Pcc. Marco Biagi muore nelle braccia dei soccorritori alle 20:15 del 19 marzo 2002.LE REAZIONI ALL’ATTENTATO, LE LETTERE DI BIAGI E LE STRUMENTALIZZAZIONI [inizio pagina]
Immediate sono le reazioni del mondo politico e sociale a quella che ai più pare una tragica ripetizione di quanto accaduto a Massimo D’Antona. Nuove pressioni gravano sulle forze di sicurezza: a tre anni di distanza dal ritorno delle Br-Pcc, nessun brigatista è stato catturato né si sono fatti grandi passi avanti nelle indagini riguardanti la formazione responsabile dell’attentato omicida di Roma.
A ciò si aggiungono le incalzanti critiche per la mancata scorta a Marco Biagi, tanto da spingere la procura di Bologna ad aprire un’inchiesta, poi archiviata, per valutare eventuali responsabilità di tale scelta [41].Ma il contesto attorno cui ruotano le maggiori polemiche e recriminazioni è il mondo del mercato del lavoro e dei sindacati, che già dall’avvio del governo Berlusconi ha visto un aumento significativo della tensione sociale, con la progressiva disgregazione dell’unità sindacale tra Cisl e Uil da un lato, e Cgil dall’altro. Proprio quest’ultima ha infatti autonomamente programmato – da ben prima dell’attentato – una manifestazione nazionale per il 23 marzo, per protestare contro i disegni governativi in tema di lavoro e contro le proposte legislative contenute nel Libro Bianco. Dato l’attentato, la dirigenza sindacale decide di mantenere l’appuntamento e di sfruttare l’occasione per riconfermare l’impegno del sindacato alla lotta contro il terrorismo e alla difesa dei valori del confronto democratico. Tre milioni di persone sfilano a Roma, animando una delle manifestazioni di piazza più riuscite dei primi anni Duemila. Il messaggio è chiaro e risalta sullo striscione che apre la manifestazione: «Contro il terrorismo, per la democrazia e per l'affermazione dei diritti delle persone».Ciò nondimeno, la circostanze spingono molti nelle fila del governo e nello schieramento di centro-destra a ipotizzare improbabili legami tra il sindacato, il mondo dell’antagonismo e i terroristi, accusando il segretario della Cgil, Sergio Cofferati, di alimentare un clima sociale favorevole ai terroristi, se non perfino di esserne una sorta di mandante morale: «Biagi era l’uomo chiave del cambiamento. Cofferati e i comunisti sono contro il cambiamento. Gli assassini si propongono come il braccio armato di Cofferati e dei comunisti. Cofferati e i comunisti hanno creato le condizioni perché i terroristi si mettessero a disposizione» [42] «[…]non c’è dubbio che in giro ci sono cattivi maestri che hanno una grande responsabilità nell’assassinio del professor Marco Biagi. Costoro hanno creato il clima nel quale qualcuno si sente evidentemente legittimato a compiere un omicidio» [43].
A rilanciare le polemiche già infuocate, il 28 giugno 2002, una piccola rivista della sinistra bolognese, Zero in Condotta [44], pubblica cinque lettere scritte da Biagi [45] nei mesi precedenti all’omicidio, subito rilanciate dal quotidiano La Repubblica. Le reazioni politiche sono immediate. Da un lato il segretario della Cigl Cofferati, accusato da Biagi nelle sue lettere di “criminalizzare la sua figura” [46] e di averlo minacciato – elemento riferitogli “da persona assolutamente attendibile” [47], l’identità della quale non è però mai stata chiarita – ritorna al centro degli attacchi della compagine governativa, in una fase di forte tensione nel mondo sindacale [48]. Dall’altro, lo stesso governo è scosso nuovamente dalle critiche in merito al mancato rinnovo della scorta al professore – reso ancor più drammatico dall’amarezza e disillusione percepibile dalle missive di Biagi – nonché dalle improvvide dichiarazioni a latere del Ministro dell’Interno Scajola a giornalisti del Corriere della Sera riguardo Biagi e al suo essere «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza»– esternazioni che poi costringeranno Scajola alle dimissioni.In questa nuvola di polemiche, tuttavia, alcuni fatti ben più importanti rimangono senza una chiara interpretazione. Il primo riguarda chi e perché ha prelevato le lettere personali di Biagi dal suo computer, per poi consegnarle a Zero in Condotta. La stessa procura di Bologna, che in quel momento sta indagando sulle responsabilità della mancata scorta, non è infatti al corrente di alcune tra queste lettere [49]. Secondo, chi è la “persona assolutamente attendibile” che informa Biagi delle presunte – e mai riscontrate – minacce di Cofferati nei suoi confronti? Terzo, da dove provengono le telefonate minatorie così sinistramente aggiornate sull’assenza del servizio di scorta che impensieriscono il professor Biagi nei mesi precedenti l’attentato e lo spingono a scrivere alcune tra le lettere pubblicate? Alcuni [50] hanno infatti notato come lo strumento della minaccia telefonica sia del tutto estraneo al modus operandi brigatista, tanto più perché tale fattore avrebbe potuto indurre al rafforzamento del servizio di scorta e quindi a maggiori ostacoli all’esecuzione del proprio piano omicida. Infine, a complicare il quadro si aggiunge uno strano suicidio: il 4 aprile 2002 viene trovato nella sua casa il corpo di Michele Landi, tecnico informatico e consulente di Guardia di Finanza e magistratura, già consultato durante le indagini connesse alla morte di Massimo D’Antona. Una morte sospetta e mai acclarata che secondo molti ha a che fare con l’iniziativa personale del tecnico volta a rintracciare le scie informatiche seminate dagli attentatori di Biagi [51].
DAL “GRUPPO BIAGI” ALLA SPARATORIA SUL TRENO: INDAGINI E PROTAGONISTI. [inizio pagina]
Dato lo scarso avanzamento delle indagini sul caso D’Antona e il clamore per il nuovo attentato portato a termine dalle Br-Pcc, il Ministero dell’Interno approva la formazione di un nucleo investigativo interforze ad hoc, il cosiddetto “Gruppo Investigativo Biagi” [52], dedicato esclusivamente alle investigazioni sul nucleo brigatista e sui diretti responsabili dell’attentato al professore Bologna.
Le carte d’identità fornite sono però false: uno degli agenti si insospettisce e al telefono chiede un riscontro alla centrale. Nel giro di qualche secondo Galesi estrae una pistola e la punta al collo del sovrintendente della Polfer Emanuele Petri,mentre Lioce intima agli altri agenti di consegnare le armi.
Scoppia una colluttazione e vengono esplosi dei colpi: centrato da Galesi, cade a terra senza vita il sovrintendente Petri,mentre l’agente Bruno Fortunato, pur ferito gravemente, riesce a rispondere al fuoco abbattendo il brigatista – che morirà poco dopo in ospedale. La sicura inserita nella pistola impugnata da Lioce è probabilmente provvidenziale per la vita di Fortunato, mentre l’agente Giovanni di Fronzo riesce a disarmare Lioce e ad immobilizzarla. Alla stazione di Castiglion Fiorentino sono approntati i soccorsi, e gli inquirenti sequestrano il materiale trasportato dai due brigatisti: in due zaini vengono trovati, tra le altre cose, due computer, floppy disk, telefoni cellulari e schede prepagate, appunti e numeri telefonici, tutti elementi fondamentali per lo sviluppo delle indagini. Gli inquirenti recuperano elementi importanti riguardanti tanto le attività del gruppo eversivo dal 1999 al 2003 – con riferimenti ai precedenti degli Ncc e delle sigle parallele – quanto alcuni indizi in merito ad altre persone coinvolte nell’organizzazione e alla rete di comunicazione tra di esse.Si passa così alle misure di sorveglianza e pedinamento intorno a persone giudicate sospette [56]. Il 23 ottobre 2003 scatta il primo blitz: a Roma gli inquirenti entrano nell’appartamento in cui Galesi e Lioce vivevano prima della sparatoria sul treno. Viene rinvenuto un contratto d’affitto per un garage nella periferia romana, un probabile deposito-archivio delle Br-Pcc. Seguono a distanza di qualche giorno i primi arresti importanti tra la Toscana e Roma: Roberto Morandi, Cinzia Banelli, Marco Mezzasalma
e Simone Boccaccini, tutti coinvolti nella preparazione ed esecuzione dell’attentato a Biagi.Un nuovo blitz, il 20 dicembre 2003, porta alla scoperta del covo romano di via Raimondo Montecuccoli 3, e all’arresto, due giorni dopo Diana Blefari Melazzi, dopo che le telecamere l’avevano ripresa nell’atto di trasferire l’archivio e i materiali del nucleo brigatista romano in questo stesso covo. Numerose perquisizioni e fermi si susseguono a cavallo tra il 2003 e il 2004, portando alla luce le reti di supporto al nucleo terroristico diffuse tra Toscana e Lazio. Nonostante tali successi, gli inquirenti sono però consapevoli di essere riusciti ad individuare solo l’80% di tutti i responsabili per gli omicidi di D’Antona e Biagi [57], mentre rimangono ancora latitanti diverse figure del brigatismo, sopravvissute alla repressione degli anni Ottanta: Enzo Calvitti, Simonetta Giorgieri, Carla Vendetti, Guido Minonne e Marcello Dell’Omo Tammaro, il cui coinvolgimento nella rinascita del nuovo nucleo brigatista rimane però da accertare.Le analisi sui materiali ritrovati nel corso delle indagini e delle perquisizioni aiutano gli investigatori a ricostruire il percorso di rigenerazione del nucleo brigatista a partire dagli Ncc: la continuità politica ma non organizzativa con le Br-Pcc [58]; la sua strutturazione e strategia d’azione attraverso sigle parallele e il processo di reclutamento di nuovi militanti. Significativa è l’analisi della preparazione degli attentati a D’Antona e Biagi, da cui emerge la presenza limitata dei militanti sul territorio [59], concentrata per lo più nella capitale e in alcuni avamposti in Toscana. Dal lavoro preparatorio per l’omicidio Biagi e dai piani di fuga elaborati emerge infatti l’assenza di un supporto ai brigatisti a Bologna, e più in generale in Emilia Romagna [60], tanto che l’intera inchiesta brigatista e l’esecuzione dell’attentato possono definirsi come operazioni “in trasferta” con tutte le complessità logistiche del caso [61]. Peraltro, documenti rinvenuti nelle abitazioni di Mezzasalma e Blefari Melazzi mostrano come il venir meno dei due “militanti complessivi” Lioce e Galesi nel marzo 2003, rappresenti un “colpo disarticolante” per l’Organizzazione, «un sostanziale arretramento politico, militare e organizzativo all’interno del processo di costruzione dell’o.c.c. di un nucleo organizzativo […]» [62], e che tuttavia non può rappresentarne la fine, ma semmai comporta la necessità di una nuova riorganizzazione del nucleo brigatista; un’ulteriore dimostrazione dell’intrinseca fragilità, ma allo stesso tempo della resilienza del progetto delle nuove Br-Pcc.
Infine, a corroborare le ricostruzioni degli inquirenti è la testimonianza di Cinzia Banelli, primo membro attivo delle Br-Pcc a collaborare fattivamente con le autorità inquirenti; fenomeno unico nel suo genere, per rapidità e dedizione,nella storia del brigatismo, che finora ha visto piuttosto tormentati casi di dissociazione e di ripensamento critico dalla lotta armata [63]. Arrestata il 24 ottobre 2003 in provincia di Pisa dove viveva, a differenza degli altri brigatisti arrestati non si dichiara prigioniera politica ma si avvale comunque della facoltà di non rispondere. La decisione di collaborare matura solo un volta in carcere, in modo poco chiaro secondo alcuni [64], forse condizionata dal suo essere in attesa di un figlio. Ad ogni modo, la sua collaborazione con la giustizia iniziata nel luglio 2004, contribuisce in modo significativo all’accertamento dei fatti e delle responsabilità in capo a sé stessa e agli altri imputati in qualità di militanti delle Br-Pcc.
LE SENTENZE [inizio pagina]
In carcere, i brigatisti arrestati si dichiarano prigionieri politici e si rifiutano di collaborare: nessuno sconto di pena per i responsabili degli omicidi D’Antona e Biagi, nonché del sovrintendente Petri. I capi d’imputazione non si limitano peraltro ai soli omicidi: la partecipazione all’attività eversiva in tutte le sue sfumature, dagli aspetti logistici a quelli più prettamente terroristici sono passati al vaglio dai Pubblici Ministeri di Firenze, Arezzo, Bologna e Roma, dove si concentrano i processi ai vari esponenti delle rinate Br-Pcc.
La prima sentenza arriva il 9 giugno 2004, con la condanna all’ergastolo di Nadia Desdemona Lioce per l’assassinio del sovrintendente Petri e il tentato omicidio degli agenti Fortunato e Di Fronzo con l’aggravante del terrorismo; sentenza poi confermata nei successivi gradi di giudizio. Nel frattempo giungono a maturazione le condanne per i due attentati mortali commessi dalle Br-Pcc.
Il 1 giugno 2005, La Corte d’Assise di Bologna condanna all’ergastolo Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini, per l’omicidio di Marco Biagi, confermate in appello l’anno successivo ad eccezione di Boccaccini, che vede la riduzione a 21 anni di carcere. Quindi, l’8 luglio 2005, la Seconda Corte d’Assise di Roma condanna all’ergastolo Lioce, Morandi e Mezzasalma, per concorso nell’omicidio D’Antona – l’esecutore materiale è infatti individuato in Mario Galesi – nonché per reati di banda armata, rapina e associazione sovversiva. Pene minori sono comminate ad altri militanti per reati che vanno dalla banda armata, ad associazione sovversiva e rapina; tra questi ci sono: Diana Blefari MelazziUlteriori condanne sono poi inflitte a Lioce anche per gli attentati alla sede della Commissione di Garanzia per lo Sciopero, a quella della Cisl di Milano (entrambi effettuati nel 2000) e all'Istituto Affari Internazionali di Roma nel 2001, oltre che per quattro rapine di autofinanziamento realizzate in Toscana, tra il 1998 e il 2003.Infine, Cinzia Banelli, nonostante la collaborazione, è condannata nel marzo 2005 a 20 anni per l’omicidio D’Antona e a 16 anni per l’omicidio Biagi, poi ridotta di 6 mesi in appello l’anno successivo. Nel giugno 2006 le vengono riconosciute le attenuanti per la collaborazione fornita agli inquirenti in relazione al caso D’Antona, con una riduzione di pena a 12 anni di carcere. Per l’omicidio Biagi, una riduzione di pena arriverà solo nel 2008, e quindi l’anno successivo la concessione agli arresti domiciliari.
Lioce e gli altri brigatisti stanno ancora scontando le proprie condanne all’ergastolo in regime di carcere duro. Diana Blefari Melazzi, già provata psichicamente dal regime di 41bis, il 31 ottobre 2009 si suicida nella sua cella nel carcere di Rebibbia dopo aver avuto notizia della condanna definitiva all’ergastolo. Il 10 aprile 2010, infine, un altro suicidio: l’agente della Polfer Bruno Fortunato decide di togliersi la vita. Il 2 marzo 2003, sul treno interregionale 2034 Roma-Firenze, aveva visto morire il collega Petri e si era difeso dai colpi a lui sparati da Galesi uccidendo a sua volta il brigatista. Un’esperienza forte, traumatica. Un tragico colpo di coda nella storia delle nuove Br-Pcc.