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Studente universitario di Medicina, gi&agrave; membro del servizio d'ordine di Lotta continua, Lorusso mor&igrave; a 25 anni, colpito da un proiettile sparato da un uomo delle forze dell'ordine. \u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 200px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002Fc3e084dd-2e11-40b2-86a3-0a615060fa4f\" class=\"fancybox\" title=\"Una fotografia di Francesco Lorusso e accuse ai carabinieri su Lotta continua\" data-caption=\"Una fotografia di Francesco Lorusso e accuse ai carabinieri su Lotta continua\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002Fc3e084dd-2e11-40b2-86a3-0a615060fa4f?key=medium\" alt=\"Una fotografia di Francesco Lorusso e accuse ai carabinieri su Lotta continua\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Una fotografia di Francesco Lorusso e accuse ai carabinieri su Lotta continua\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>Nella zona erano in corso violenti scontri: un contingente di poliziotti e carabinieri stava affrontando militanti del \"movimento\", composita galassia della contestazione giovanile e della cultura alternativa che in tutta Italia mobilitava studenti, lavoratori precari e attivisti della sinistra extraparlamentare. Pochi istanti prima di essere ferito a morte, Lorusso aveva lanciato una bottiglia molotov contro un automezzo dei carabinieri in transito su via Irnerio, importante arteria ai margini della cittadella universitaria. La sua uccisione esasper&ograve; gli animi di amici e compagni di militanza, gli scontri con le forze dell'ordine si propagarono nel centro cittadino, di nuovo si spar&ograve; ad altezza d'uomo e solo dopo diversi giorni vissuti in un clima di stato di assedio torn&ograve; la calma. Nel frattempo per&ograve; si era aperta una profonda ferita politica e generazionale, non solo nella comunit&agrave; bolognese: i fatti dell'11 marzo ebbero un impatto decisivo sulle scelte di tanti giovani della sinistra rivoluzionaria, divisero l'opinione pubblica, il panorama politico locale e nazionale.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Ch2 style=\"text-align: justify;\">&nbsp;Il movimento del '77\u003C\u002Fh2>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Nelle memorie personali e nelle ricostruzioni storiche si parla di movimento del '77 per indicare il protagonista collettivo di una stagione di impegno e di militanza assolutamente originale, durante la quale gli assetti politici, sociali ed economici del paese, dalla fine del 1976 a larga parte del 1977, furono sottoposti a una critica radicale. Nei cortei che attraversavano le citt&agrave;, nelle affollate assemblee che si tenevano nelle facolt&agrave; universitarie occupate, studenti, giovani lavoratori, precari e disoccupati alimentavano e davano rappresentanza a rivendicazioni che toccavano &nbsp;sfera pubblica e ambito privato dell'individuo. Le questioni all'ordine del giorno erano numerose: il libero accesso all'istruzione superiore e universitaria, la disoccupazione, l'organizzazione o il rifiuto del lavoro, la sessualit&agrave;, il femminismo, l'uso di droghe, la violenza come strumento di difesa e mezzo per la lotta politica, le tante declinazioni dell'arte e della cultura, le periferie, i rapporti famigliari, il diritto alla casa e molte altre ancora. \u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 250px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002Fada06dd6-6fd4-41c4-9dbe-66b04fa1347d\" class=\"fancybox\" title=\"Le scritte sui muri furono una delle espressioni pi&ugrave; caratteristiche del Movimento del '77 (Bologna, foto di Enrico Scuro)\" data-caption=\"Le scritte sui muri furono una delle espressioni pi&ugrave; caratteristiche del Movimento del '77 (Bologna, foto di Enrico Scuro)\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002Fada06dd6-6fd4-41c4-9dbe-66b04fa1347d?key=medium\" alt=\"Le scritte sui muri furono una delle espressioni pi&ugrave; caratteristiche del Movimento del '77 (Bologna, foto di Enrico Scuro)\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Le scritte sui muri furono una delle espressioni pi&ugrave; caratteristiche del Movimento del '77 (Bologna, foto di Enrico Scuro)\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>Le componenti che convivevano nel movimento erano ugualmente variegate, spesso in bilico tra solidariet&agrave; e duri contrasti. Ai militanti della sinistra extraparlamentare (tra i pi&ugrave; numerosi vi furono gli autonomi e i reduci dall'esperienza di Lotta continua) si affiancavano i cosiddetti \"indiani metropolitani\", gli anarchici, le femministe e quanti, per affinit&agrave; ideali o per condivisione dei fini e dei mezzi, scelsero di unirsi alla mobilitazione pur non avendo un'appartenenza politica definita. Inizialmente anche i giovani iscritti al Partito comunista trovarono un loro spazio, ma si allontanarono rapidamente quando il Pci divenne un bersaglio della protesta e i metodi di lotta si radicalizzarono. Le incomprensioni con le altre anime del movimento, tuttavia, venivano da lontano. Il segretario comunista Enrico Berlinguer puntava ormai dai primi anni Settanta al dialogo con i moderati e con la Democrazia cristiana, scelta che all'estrema sinistra appariva come un tradimento. \u003Cdiv class=\"figure left\" style=\"max-width: 350px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002F1668ec7a-d36b-452e-a774-114354addb62\" class=\"fancybox\" title=\"Compromesso storico e ordine pubblico sulla prima pagina de La Stampa del 18 marzo 1975\" data-caption=\"Compromesso storico e ordine pubblico sulla prima pagina de La Stampa del 18 marzo 1975\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002F1668ec7a-d36b-452e-a774-114354addb62?key=medium\" alt=\"Compromesso storico e ordine pubblico sulla prima pagina de La Stampa del 18 marzo 1975\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Compromesso storico e ordine pubblico sulla prima pagina de La Stampa del 18 marzo 1975\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>La ricerca di un compromesso storico tra i due maggiori partiti italiani avveniva in un momento di profonda crisi economica, il paese appariva debole ed esposto a minacce di svolte autoritarie; l'inflazione galoppante e l'aumento della disoccupazione giovanile stavano smascherando le debolezze strutturali dell'economia interna, ancora troppo dipendente dalle importazioni di petrolio e perci&ograve; scossa dall'innalzamento dei costi delle forniture di greggio, imposto dai paesi produttori sin dal 1973. In quella congiuntura il Pci scelse di allinearsi alla politica dell'austerit&agrave; gi&agrave; adottata dai governi a guida democristiana e al suo elettorato propose la moderazione dei consumi come virt&ugrave; morale, mentre i sindacati tentavano di far accettare ai lavoratori flessibilit&agrave; nei salari e nell'organizzazione del lavoro. Ma erano richieste difficili da &nbsp;accettare soprattutto mentre si susseguivano notizie sulla corruzione dilagante nella pubblica amministrazione e ad alti livelli istituzionali. Giovani dei circoli proletari e di estrema sinistra rifiutarono da subito la retorica del sacrificio, vissuta come l'ennesimo inganno per tutti i \"non garantiti\", reclamarono il diritto ad accedere ai beni di lusso e sul finire del 1976 alcuni cominciarono a imporre gli espropri proletari, le autoriduzioni nei ristoranti, nei teatri e nei cinema. A Bologna salirono alla ribalta le azioni del collettivo Jacquerie, nato su iniziativa di ex militanti di Lotta continua e di alcuni autonomi. L'intervento delle forze dell'ordine veniva spesso fronteggiato con decisione e nelle citt&agrave; si moltiplicarono gli episodi di guerriglia urbana.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">L'identit&agrave; del movimento si defin&igrave; nel dicembre 1976, quando alle pratiche conflittuali gi&agrave; in atto si affiancarono le reazioni degli studenti al progetto di riforma del ministro della Pubblica istruzione Franco Maria Malfatti, volto a concentrare nelle mani del governo il controllo sui corsi di laurea e di diploma, oltre che sul personale universitario. &laquo;Ma, soprattutto, la proposta del ministro aboliva gli appelli mensili, alzava le tasse universitarie e limitava i diritti di accesso alle facolt&agrave; [...]. Non stupisce dunque che, agli occhi dei contestatori, il progetto Malfatti fosse visto come un tentativo di ricondurre l'universit&agrave; all'interno di quelle logiche d'elite che avevano regnato fino al Sessantotto&raquo;\u003Ca href=\"#ft-note-1\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-1\" data-content=\"\u003Cstrong>Luca Falciola\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Il movimento del 1977 in Italia\u003C\u002Fem>, Roma, Carocci, 2015, pp. 118-119. Tra i contributi pi&ugrave; recenti si segnala anche \u003Cstrong>Alessio Gagliardi\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Il '77 tra storia e memoria\u003C\u002Fem>, Roma, Manifestolibri, 2017. La produzione memorialistica e storiografica sui movimenti collettivi negli anni Settanta &egrave; gi&agrave; ampia, per un'accurata contestualizzazione cfr. \u003Cstrong>Giovanni De Luna\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria\u003C\u002Fem>, Milano, Feltrinelli, 2011 e \u003Cstrong>Donatella Della Porta\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Movimenti collettivi e sistema politico in Italia. 1960-1995\u003C\u002Fem>, Roma, Laterza. 1996.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 1\"> [1]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Le universit&agrave; divennero il centro della protesta, nei cortei sfilavano quanti sceglievano l'arma dell'ironia e della critica serrata alla societ&agrave; e alle istituzioni accanto ai militanti di estrema sinistra pronti allo scontro fisico con le forze dell'ordine e con i neofascisti.\u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 250px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002F9cd9dd67-ab20-4e1d-a2c5-af1a06f4cb44\" class=\"fancybox\" title=\"Sciopero nelle scuole e universit&agrave;, 16 aprile 1977\" data-caption=\"Sciopero nelle scuole e universit&agrave;, 16 aprile 1977\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002F9cd9dd67-ab20-4e1d-a2c5-af1a06f4cb44?key=medium\" alt=\"Sciopero nelle scuole e universit&agrave;, 16 aprile 1977\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Sciopero nelle scuole e universit&agrave;, 16 aprile 1977\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv> Anche l'amministrazione comunista di Bologna fin&igrave; sotto accusa, nonostante la citt&agrave; avesse fama di modello di coesione sociale\u003Ca href=\"#ft-note-2\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-2\" data-content=\"Il sindaco Renato Zangheri affront&ograve; il tema del modello bolognese e delle virt&ugrave; delle amministrazioni comuniste poco tempo prima dell'inizio della contestazione nel libro-intervista scritto con \u003Cstrong>Enzo Biagi\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Il sindaco di Bologna. Enzo Biagi intervista Renato Zangheri\u003C\u002Fem>, Modena, Franco Levi, 1976.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 2\"> [2]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Agli occhi del movimento era il luogo dove si stava realizzando il patto tra Pci e forze moderate: il benessere diffuso e la bassa conflittualit&agrave; politica servivano a occultare problemi come il caro affitti, la mancanza di alloggi per gli studenti fuori sede, il pregiudizio verso i meridionali, il degrado delle periferie, il disinteresse verso i disoccupati e i giovani che entravano nel mondo del lavoro privi di tutele.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Tra gli iscritti al Partito comunista cominci&ograve; ben presto a serpeggiare diffidenza verso la massa della contestazione, di cui percepivano soprattutto la critica distruttiva, tesa a delegittimare la sinistra storica nel paese. Nella federazione di via Barberia circolavano sospetti, si temevano manovre anticomuniste a cui i giovani, consapevolmente o meno, si prestavano. La tensione si aggrav&ograve; nel febbraio 1977, quando nel movimento ripresero vigore pratiche di lotta come l'autoriduzione, l'occupazione degli alloggi sfitti e i danneggiamenti. L'ala pi&ugrave; oltranzista non esitava a scontrarsi con neofascisti, polizia e carabinieri: i militanti pi&ugrave; decisi formavano da tempo i servizi d'ordine all'interno dei cortei, nell'armamentario comune potevano trovarsi spranghe e bottiglie molotov, ma c'era anche chi girava armato di pistola. La frattura con le organizzazioni della sinistra istituzionale divenne evidente il 17 febbraio, quando una folla di giovani, in maggioranza autonomi e indiani metropolitani, imped&igrave; un comizio sindacale all'universit&agrave; di Roma, cacciando il segretario della Cgil Luciano Lama e i militanti comunisti che lo scortavano. Nella capitale si susseguivano azioni violente anche con l'uso di armi da fuoco, compiute da appartenenti alle varie fazioni politiche. A Bologna il clima dell'ordine pubblico pareva pi&ugrave; tranquillo, nel movimento prevaleva l'ala creativa, votata alle sperimentazioni artistiche e all'elaborazione critica, protagonista di una contestazione venata d'ironia. I militanti pi&ugrave; esperti, tra cui Lorusso, tenevano un canale di comunicazione aperto con la squadra politica della questura, utile a scongiurare equivoci ed eccessi nelle manifestazioni di piazza. Tuttavia, il 12 febbraio e il 7 marzo si registrarono incidenti tra forze dell'ordine e manifestanti, l'8 marzo un corteo di femministe venne caricato duramente dalla polizia e molte donne rimasero ferite in modo serio\u003Ca href=\"#ft-note-3\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-3\" data-content=\"Per una ricostruzione degli episodi di violenza politica a Bologna nella seconda met&agrave; degli anni Settanta cfr. \u003Cstrong>Luca Pastore\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>La vetrina infranta. La violenza politica a Bologna negli anni del terrorismo rosso, 1974-1979\u003C\u002Fem>, Bologna, Pendragon, 2013.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 3\"> [3]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Quest'ultimo episodio in particolare, analizzato a posteriori, appare come il segnale di un repentino cambio di strategia degli apparati di sicurezza, pronti a chiudere il dialogo con il movimento bolognese.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Ch2 style=\"text-align: justify;\">Bologna, 11 marzo 1977\u003C\u002Fh2>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">La sequenza di avvenimenti che port&ograve; all'uccisione di Lorusso si svolse nel reticolo di strade delimitato da via Irnerio, via Zamboni e via Mascarella, una parte importante della zona univesitaria cittadina. Alle ore 10 di venerd&igrave; 11 marzo, alcune centinaia di studenti e docenti vicini al movimento cattolico Comunione e liberazione (CL) si riunirono per discutere sulla crisi dell'universit&agrave; e sui temi della condizione giovanile in un'aula dell'Istituto universitario di Anatomia in via Irnerio. La fruibilit&agrave; degli spazi e il diritto di parola erano spesso oggetto di contesa durante le occupazioni delle facolt&agrave;, gli esponenti di CL intervenuti in passato nelle assemblee studentesche spesso venivano zittiti o cacciati dai giovani di estrema sinistra. Alcuni studenti di CL approntarono cos&igrave; un servizio d'ordine a protezione del loro incontro. Secondo alcune versioni, un piccolo gruppo di giovani di estrema sinistra tent&ograve; di entrare nell'aula e venne respinto; altri raccontarono che alcuni contestatori, dopo essere stati cacciati dall'aula, chiamarono rinforzi\u003Ca href=\"#ft-note-4\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-4\" data-content=\"Sull'episodio sono utili le interviste di Franca Menneas a due protagonisti: Diego Benecchi, uno dei leader del movimento, e Paolo Vestrucci, responsabile di CL. Le testimonianze sono riportate in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Omicidio Francesco Lorusso. Una storia di giustizia negata\u003C\u002Fem>, Bologna, Pendragon, 2015, pp. 172-175 e pp. 207-210. La dinamica dei fatti dell'11 marzo e gli eventi immediatamente successivi furono ricostruiti anche nel dossier \u003Cem>11-16 marzo: Chi? Come? Perch&eacute;?\u003C\u002Fem>, apparso sull'organo della Federazione comunista bolognese, &laquo;La societ&agrave;&raquo;, n. 1, maggio 1977.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 4\"> [4]\u003C\u002Fa>.&nbsp;La notizia della rissa, in ogni caso, giunse alle orecchie di studenti ed extraparlamentari del movimento che da via Zamboni e piazza Verdi, raggiunsero in gran numero l'Istituto di Anatomia. Occupato il cortile esterno, strinsero d'assedio l'edificio, lanciando insulti e minacce agli studenti di CL che si barricarono nell'aula, chiamarono la polizia e fecero avvertire telefonicamente anche il rettore Carlo Rizzoli. Quest'ultimo fece giungere notizie allarmanti al questore Gennaro Palma che, d'intesa con il prefetto, decise di inviare in via Irnerio un contingente composto da carabinieri e da un reparto della celere. Funzionari dell'ufficio politico della questura giunti rapidamente sul posto avviarono un dialogo con i giovani del movimento, l'obiettivo era calmare gli animi, far allontanare gli assedianti verso porta Zamboni e permettere cos&igrave; il deflusso degli studenti di CL in direzione opposta. Durante le trattative arriv&ograve; l'autocolonna delle forze dell'ordine, gli uomini della celere rimasero in attesa sui mezzi, un gruppo di agenti, invece, a piedi si avvicin&ograve; al cortile per formare un cordone di sicurezza. Alcune studentesse iniziarono a uscire dall'aula di Anatomia, ma proprio quando la tensione sembrava sul punto di sciogliersi scoppiarono violenti tafferugli: gli agenti della celere lanciarono una carica improvvisa colpendo con i manganelli i giovani del movimento che stazionavano ancora nei paraggi del cortile, studenti e militanti di estrema sinistra risposero lanciando sanpietrini mentre ripiegavano verso porta Zamboni, altri armati di bastoni andarono allo scontro. Le forze dell'ordine sgombrarono definitivamente la zona sparando decine di candelotti lacrimogeni in tutte le direzioni. Tra scene di panico e nella concitazione generale, tutti gli studenti di CL riuscirono ad allontanarsi, dirigendosi velocemente verso piazza VIII agosto. Nel frattempo alcuni giovani del movimento si preparavano al contrattacco negli edifici universitari occupati tra piazza Verdi e via Zamboni. Si rifornirono di bottiglie molotov, preparate e nascoste nei giorni precedenti in vista di una manifestazione convocata per il 12 marzo a Roma. Un gruppo imbocc&ograve; via Bertoloni e arriv&ograve; all'incrocio con via Irnerio invasa dal fumo, lanci&ograve; pietre e bottiglie incendiarie verso uomini e automezzi di carabinieri e polizia, quindi arretr&ograve; immediatamente inseguito dal lancio di altri lacrimogeni.\u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 300px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002F53664270-9ac8-45a0-8b86-63b63e4a610c\" class=\"fancybox\" title=\"Barricate nella zona universitaria, 11 marzo 1977\" data-caption=\"Barricate nella zona universitaria, 11 marzo 1977\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002F53664270-9ac8-45a0-8b86-63b63e4a610c?key=medium\" alt=\"Barricate nella zona universitaria, 11 marzo 1977\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Barricate nella zona universitaria, 11 marzo 1977\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Massimo Tramontani, giovane carabiniere di leva, era giunto in zona alla guida di un camion dell'Arma e attendeva ordini dai superiori accanto al mezzo parcheggiato nei pressi dell'incrocio tra via Irnerio e via Centotrecento, strada parallela a via Bertoloni. Dopo aver schivato alcuni sassi lanciati dagli extraparlamentari, decise di reagire sparando con il suo fucile. Anni dopo, Tramontani ha ricostruito cos&igrave; quei momenti: &laquo;Sono mascherati e lanciano cubetti di porfido, io e due poliziotti facciamo salti per schivarli, poi loro provano a lanciare un lacrimogeno ma cade quattro metri davanti, gli studenti incoraggiati da questa figuraccia avanzano e continuano a lanciare. Sono molti, io sono solo, dov'&egrave; il capitano? mi chiedo, decido di reagire, sparo in aria col winchester. Ripeto: in aria [...], voglio solo spaventare, infatti scappano&raquo;\u003Ca href=\"#ft-note-5\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-5\" data-content=\"Il passo &egrave; tratto dall'intervista rilasciata da Massimo Tramontani a \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong>, '\u003Cem>Non chiamatemi killer\u003C\u002Fem>', &laquo;la Repubblica&raquo;, 20 marzo 1997.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 5\"> [5]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Nessuno rimase ferito, i proiettili andarono a vuoto, ma secondo Raffaele Bertoncelli, ex di Lotta continua presente nel drappello che attacc&ograve; da via Bertoloni, &laquo;mentre noi scappavamo, i carabinieri ci sparano colpi di fucile ad altezza d'uomo&raquo;\u003Ca href=\"#ft-note-6\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-6\" data-content=\"L'intervista a Raffaele Bertoncelli &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 232-235.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 6\"> [6]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Le molotov danneggiarono due automobili, una delle quali in dotazione alla polizia. Il contingente delle forze dell'ordine, ritenendo risolta la situazione nei pressi dell'Istituto di Anatomia, inizi&ograve; a ritirarsi percorrendo via Irnerio in direzione di piazza VIII agosto, dove era in corso l'affollato mercato settimanale di Bologna, la \"Piazzola\". Mentre lo spostamento degli automezzi procedeva a rilento, poliziotti e carabinieri che seguivano a piedi notarono in via Centotrecento i movimenti di numerosi giovani e, temendo un nuovo attacco, li dispersero lanciando altri lacrimogeni. La seconda incursione contro le forze dell'ordine, tuttavia, si materializz&ograve; subito dopo nella strada parallela, via Mascarella, cogliendo di sorpresa l'autocolonna degli agenti, rimasta priva di buona parte della scorta appiedata.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Francesco Lorusso era nel gruppo di studenti ed extraparlamentari che, con cubetti di porfido e bottiglie incendiarie, si avvicin&ograve; di corsa all'intersezione con via Irnerio. Dopo una mattinata passata a studiare in casa di un amico, aveva raggiunto la zona universitaria e qui, saputo delle cariche e degli scontri davanti all'Istituto di Anatomia, si era unito ai compagni di militanza che intendevano reagire\u003Ca href=\"#ft-note-7\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-7\" data-content=\"\u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 90-91.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 7\"> [7]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Giunti al termine del portico di via Mascarella, alcuni tirarono sassi verso automobili e camion delle forze dell'ordine; Lorusso e il suo amico Beppe Ramina, invece, lanciarono due molotov: la prima si schiant&ograve; in mezzo alla carreggiata, l'altra colp&igrave; la portiera del camion condotto da Massimo Tramontani, causando un principio d'incendio all'altezza della cabina di guida. Terminato il blitz, Lorusso e gli altri extraparlamentari si diedero alla fuga sotto i portici di via Mascarella con l'intento di raggiungere via Belle Arti. Mentre alcuni agenti e un giornalista si adoperavano per domare le fiamme sul suo mezzo, Tramontani scese dal posto di guida, si port&ograve; al centro di via Irnerio e apr&igrave; il fuoco con la sua pistola Beretta calibro 9 in direzione dei portici di via Mascarella: &laquo;Scendo con la pistola e faccio fuoco verso i dimostranti. Ma senza l'intenzione di uccidere. [...] Non voglio uccidere, dico, li voglio spaventare di pi&ugrave;, visto che sparare in aria non serve. Sparo dove vedo che non c'&egrave; nessuno, verso i muri&raquo;, dichiar&ograve; a &laquo;Repubblica&raquo; nel 1997\u003Ca href=\"#ft-note-8\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-8\" data-content=\"\u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong>, '\u003Cem>Non chiamatemi killer\u003C\u002Fem>', &laquo;la Repubblica&raquo;, 20 marzo 1997.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 8\"> [8]\u003C\u002Fa>.&nbsp;\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Esplose sei colpi, era la seconda volta che sparava quella mattina. Lorusso venne raggiunto da un proiettile che lo trapass&ograve; trasversalmente, penetrando nella regione anteriore sinistra del torace per uscire dalla schiena, nella parte posteriore dell'emitorace destro. Probabilmente, mentre fuggiva, si era girato per guardare cosa succedeva alle sue spalle, riusc&igrave; a fare ancora qualche passo in direzione opposta, quindi cadde all'altezza del civico 37 di via Mascarella e mor&igrave; in pochi istanti. Gli altri extraparlamentari fermarono la loro fuga e si avvicinarono nel vano tentativo di soccorrerlo. Alcuni trascinarono il corpo verso via Belle Arti e chiesero aiuto ai negozianti e a un automobilista di passaggio per organizzare il trasporto al pronto soccorso. Poliziotti, carabinieri e lo stesso Tramontani non si occuparono di verificare le conseguenze degli spari e, ignorando l'accaduto, ripresero la marcia verso piazza VIII agosto, allontanandosi definitivamente dai luoghi degli scontri. Dopo minuti concitati, un'ambulanza entr&ograve; contromano in via Mascarella da via Irnerio, il corpo di Lorusso venne caricato a bordo e portato all'ospedale Sant'Orsola, ma ai medici non rest&ograve; che certificare la morte del giovane. La notizia si diffuse rapidamente: \u003Ca href=\"https:\u002F\u002Fwww.radioalice.org\u002Findex.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=6&amp;Itemid=108\">Radio Alice\u003C\u002Fa>, emittente vicina al movimento bolognese, la diede gi&agrave; alle 13.30. Piazza Verdi e le vie limitrofe, nel cuore della zona universitaria, si riempirono rapidamente di militanti della sinistra extraparlamentare e di amici di Lorusso, accomunati dalla rabbia e dall'esasperazione. I giovani attribuirono la responsabilit&agrave; politica dell'uccisione di Lorusso alla Democrazia cristiana, maggiore partito dell'area governativa, e al suo esponente Francesco Cossiga, ministro degli Interni. Cos&igrave;, verso le 17, un corteo composto da migliaia di giovani del movimento risal&igrave; via Zamboni per attraversare il centro di Bologna\u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 300px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002F85eceda7-a826-4649-9d93-245a7683bf90\" class=\"fancybox\" title=\"Manifestazione per Lorusso, 16 marzo 1977\" data-caption=\"Manifestazione per Lorusso, 16 marzo 1977\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002F85eceda7-a826-4649-9d93-245a7683bf90?key=medium\" alt=\"Manifestazione per Lorusso, 16 marzo 1977\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Manifestazione per Lorusso, 16 marzo 1977\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>e raggiungere la sede provinciale della Democrazia cristiana in via San Gervasio, dove militanti e componenti dei servizi d'ordine intendevano portare l'assalto con molotov, pietre e spranghe. Alcuni avevano con s&eacute; armi da fuoco. Durante il tragitto venne sfiorato lo scontro fisico con militanti del Partito comunista posti a presidio del Sacrario dei caduti partigiani e della sede comunale di Palazzo D'Accursio, vetrine e automobili furono distrutte, fino all'impatto con il contingente delle forze dell'ordine davanti alla sede della Dc. La folla di giovani, respinta a fatica, si divise in vari tronconi e accese focolai di guerriglia urbana in vari punti della citt&agrave;, contrastata dai lanci di lacrimogeni. Alla stazione ferroviaria vi fu un prolungato conflitto a fuoco con agenti di polizia. Infine, a sera, studenti ed extraparlamentari si radunarono nella zona universitaria dopo aver innalzato barricate.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">La mattina dopo si tenne una manifestazione sindacale unitaria in Piazza Maggiore, protetta da un nutrito servizio d'ordine composto da iscritti al Pci. Centinaia di giovani arrivarono in corteo dalla zona universitaria e, in un clima di forte tensione, cominciarono le trattative per far parlare dal palco rappresentanti del movimento. L'accordo non venne trovato: gli organizzatori pretendevano una condanna delle violenze e dei danneggiamenti del giorno prima, gli extraparlamentari rifiutarono le condizioni rivendicando la legittimit&agrave; della loro reazione. La manifestazione, cos&igrave;, si chiuse senza l'intervento di persone vicine a Lorusso, un nuovo strappo tra il Pci e il movimento.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Nel pomeriggio le forze dell'ordine tentarono ripetutamente di sgombrare piazza Verdi e via Zamboni, ma furono sempre respinte dagli occupanti e di nuovo si spar&ograve; da entrambe le parti. Polizia e carabinieri riuscirono a prendere il controllo dell'area all'alba di domenica 13 marzo, entrando con i mezzi blindati nelle strade abbandonate ore prima dagli extraparlamentari\u003Ca href=\"#ft-note-9\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-9\" data-content=\"Nel volume \u003Cem>Bologna, marzo 1977... fatti nostri\u003C\u002Fem>, (Verona, Bertani, 1977) furono trascritti i contenuti delle telefonate degli extraparlamentari a Radio Alice, giunte mentre erano in corso gli scontri con gli agenti e diffuse in diretta dall'emittente. La radio, voce del movimento bolognese, venne in seguito chiusa dalle forze dell'ordine con una irruzione negli studi vissuta anch'essa in tempo reale dagli ascoltatori. Su Radio Alice cfr. \u003Cstrong>Bifo\u003C\u002Fstrong>, \u003Cstrong>Gomma\u003C\u002Fstrong>, (i.e. Franco Berardi, Ermanno Guarneri), \u003Cstrong>Collettivo A\u002FTraverso\u003C\u002Fstrong>, a cura di, \u003Cem>Alice &egrave; il diavolo. Storia di una radio sovversiva\u003C\u002Fem>, Milano, Shake, 2000 e \u003Cstrong>Luca Rota\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio pi&ugrave; libera di sempre\u003C\u002Fem>, Ravenna, Sensoinverso, 2016.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 9\"> [9]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">\u003Ciframe src=\"\u002F\u002Fwww.youtube.com\u002Fembed\u002F-Snoy_qBT5M\" width=\"560\" height=\"314\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\">\u003C\u002Fiframe>\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Omicidio Francesco Lorusso 11 marzo 1977\u003C\u002Fp>\r\n\u003Chr \u002F>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Un morto, numerosi feriti e parte del centro cittadino devastato da incendi e danneggiamenti: con questo bilancio si chiuse una pagina drammatica per Bologna.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Il funerale di Lorusso si tenne il 14 marzo. La cerimonia, a cui parteciparono migliaia di persone, venne confinata in periferia da un decreto prefettizio. Il Pci e l'amministrazione comunale non inviarono rappresentanti. Il giorno dopo, un provvedimento della giunta di Zangheri impose la chiusura dell'Istituto tecnico Aldini Valeriani, scuola comunale dove i militanti del movimento intendevano riunirsi. Giunti davanti all'Istituto, gli extraparlamentari si trovarono davanti un folto presidio di operai, spesso mobilitati con funzioni di servizio d'ordine per il Pci e la Cgil, cos&igrave; i giovani scelsero di ritirarsi per evitare lo scontro. Le parti si allontanarono sempre di pi&ugrave;, si inasprirono diffidenze e rancori destinati a trascinarsi per anni.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Ch2>Le inchieste giudiziarie e le sentenze\u003C\u002Fh2>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">La sera dell'11 marzo 1977, Massimo Tramontani si present&ograve; spontaneamente in procura con l'assistenza di un legale, dopo aver consegnato ai superiori la pistola e il fucile con cui aveva sparato nella mattinata. Rese la sua versione dei fatti e venne lasciato libero dal sostituto procuratore Romano Ricciotti, incaricato dell'inchiesta preliminare sull'uccisione di Lorusso. A causa degli scontri tra extraparlamentari e forze dell'ordine, Ricciotti, i periti, gli avvocati di Tramontani e i legali di parte civile ebbero modo di recarsi sul luogo dell'uccisione ed effettuare i rilievi solo a partire dal 17 marzo. Nel frattempo, alcuni cittadini avevano consegnato agli avvocati della famiglia Lorusso un proiettile e cinque bossoli rinvenuti nei paraggi. Furono cerchiati col gesso una quindicina di fori presenti sul muro di risega di via Mascarella che, per l'osservatore posizionato in via Irnerio, restringe l'occhio del portico dove era stato ucciso Lorusso. In parte dell'opinione pubblica si diffuse la convinzione di trovarsi davanti a scalfiture causate da proiettili e, poich&eacute; la pistola di Tramontani aveva solo sette colpi, prese piede l'ipotesi mai approfondita di un secondo sparatore, un altro uomo delle forze dell'ordine che aveva fatto fuoco contro il gruppo in cui si trovava Lorusso. Alcuni testimoni oculari accreditarono tale versione, ma nei racconti dei tanti cittadini che avevano assistito agli spari ci furono dubbi e discordanze su questo e altri aspetti\u003Ca href=\"#ft-note-10\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-10\" data-content=\"La documentazione relativa alle inchieste giudiziarie sull'uccisione di Lorusso &egrave; conservata in copia nel fondo dell'Associazione Pier Francesco Lorusso, depositato presso l'archivio dell'Istituto per la Storia e le Memorie del '900 Parri E-R di Bologna.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 10\"> [10]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Gli extraparlamentari che si trovavano in via Mascarella con Lorusso evitarono di presentarsi in procura, avvertiti del rischio di incriminazione che pendeva sul loro capo per gli scontri e per l'attacco agli agenti in via Irnerio.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Nel luglio 1977 Ricciotti chiuse la sua inchiesta chiedendo l'archiviazione per Tramontani e sostenendo che non vi erano riscontri certi sulle responsabilit&agrave;, occorreva quindi agire contro ignoti. Mancava, secondo Ricciotti, l'elemento di prova principale, il proiettile che aveva ucciso Lorusso. Si poteva quindi sostenere che il colpo mortale non era giunto dall'arma di Tramontani. La scena dell'omicidio era stata largamente inquinata, non vi erano certezze sulle cause dei fori su muri e portici, i periti ritennero compatibili con l'impatto di una pallottola solo cinque tracce e il proiettile consegnato ai legali della famiglia Lorusso era troppo deformato per fare una comparazione con l'arma di Tramontani. Ricciotti, allo stesso tempo, si spinse a ipotizzare che qualcuno avesse sparato da via Belle Arti, la strada che Lorusso e gli altri giovani stavano raggiungendo di corsa per allontanarsi dalla reazione delle forze dell'ordine. Secondo questa tesi, il responsabile della morte di Lorusso poteva celarsi tra i manifestanti rimasti nelle retrovie. Il sostituto procuratore richiam&ograve; infine la protezione legale per le forze dell'ordine prevista dalla cosiddetta legge Reale: &laquo;Tramontani, nella sua qualit&agrave; di carabiniere in servizio di ordine pubblico, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fece uso legittimo dell'arma in sua dotazione, costrettovi dalla necessit&agrave; di respingere una violenza e di vincere una resistenza all'autorit&agrave;&raquo;. Anche verso il capitano Pietro Pistolese, superiore di Tramontani, non occorreva promuovere un'azione penale: per Ricciotti era estraneo ai fatti\u003Ca href=\"#ft-note-11\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-11\" data-content=\"\u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, p. 132. La legge Reale, promulgata nel 1975 e promossa dal ministro di Grazia e giustizia Oronzo Reale in un'ottica di contrasto della violenza politica, tra le altre cose ampliava la discrezionalit&agrave; delle forze dell'ordine nell'uso delle armi da fuoco.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 11\"> [11]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Il Consigliere istruttore Angelo Vella non accolse le richieste e le motivazioni a firma Ricciotti, affid&ograve; quindi l'incarico di riaprire l'inchiesta al giudice istruttore Bruno Catalanotti che si era gi&agrave; attirato l'aperta ostilit&agrave; del movimento bolognese in quanto era il titolare delle indagini sugli scontri di marzo, un filone che port&ograve; all'incriminazione e alla reclusione di molti giovani extraparlamentari, prosciolti dopo diversi mesi per insufficienza di prove o per estraneit&agrave; ai fatti. \u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 350px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002Fbf0603c1-fc82-4a8c-8528-240931784748\" class=\"fancybox\" title=\"Un articolo polemico contro il giudice Catalanotti pubblicato su Lotta continua del 26 luglio 1977\" data-caption=\"Un articolo polemico contro il giudice Catalanotti pubblicato su Lotta continua del 26 luglio 1977\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002Fbf0603c1-fc82-4a8c-8528-240931784748?key=medium\" alt=\"Un articolo polemico contro il giudice Catalanotti pubblicato su Lotta continua del 26 luglio 1977\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">Un articolo polemico contro il giudice Catalanotti pubblicato su Lotta continua del 26 luglio 1977\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>Catalanotti fece arrestare Tramontani nel settembre 1977 con l'accusa di omicidio preterintenzionale, lo riteneva responsabile della morte di Lorusso in circostanze che non richiedevano l'uso delle armi da fuoco, tesi accusatoria che faceva cadere la protezione legale della legge Reale. Nei confronti di Pistolese, contemporaneamente, il giudice istruttore emise una comunicazione giudiziaria per concorso nello stesso reato. Catalanotti imbocc&ograve; quindi una strada diametralmente opposta rispetto a Ricciotti sulle responsabilit&agrave; personali e sulla legittimit&agrave; della condotta di Tramontani. Gli avvocati difensori di Tramontani e Pistolese ingaggiarono immediatamente una battaglia legale presentando ricorso alla Corte d'appello di Bologna e contestando la legittimit&agrave; della nuova inchiesta: vi era, secondo loro, carenza di motivazioni nella decisione di Vella e i provvedimenti di Catalanotti non tenevano conto delle prescrizioni della legge Reale. Una linea che, negli sviluppi successivi, venne premiata. Il 22 ottobre, infatti, la Corte d'appello dichiar&ograve; la nullit&agrave; dell'inchiesta di Catalanotti e ordin&ograve; l'immediata scarcerazione di Tramontani. Quest'ultimo, per la Corte, fu l'unico a sparare verso Lorusso, ma fece uso legittimo delle armi e per tale motivo non si poteva promuovere l'azione penale contro di lui. Pistolese venne prosciolto per non aver commesso il fatto. Era la prima pagina di un lungo confronto nelle aule di giustizia tra Catalanotti, le parti civili e i legali dei due indiziati, ma l'oggetto del contendere fu sempre la legittimit&agrave; dei tentativi di riaprire l'inchiesta ad opera del giudice istruttore. I successivi pronunciamenti della Corte d'appello di Bologna e una sentenza della Corte di Cassazione nel 1983 portarono all'archiviazione del caso, cristallizzando le decisioni passate e i proscioglimenti di Tramontani e Pistolese. Famigliari e amici di Lorusso non accettarono l'esito dell'iter giudiziario: avviarono un procedimento in sede civile, provarono a far riaprire l'inchiesta alla luce di nuovi indizi, ma erano tentativi lastricati di ostacoli e decisero di abbandonare la strada delle aule di giustizia. Secondo i legali della famiglia Lorusso in tutta la vicenda &egrave; mancato un vero processo nel merito dei fatti, un confronto approfondito tra le parti sugli elementi probatori, sulle versioni dei tanti testimoni oculari. Certamente sono vivi ancora oggi dubbi e domande sulla dinamica degli eventi, sulle decisioni della magistratura, sul ruolo di tutti i protagonisti, dalle forze dell'ordine ai giovani del movimento, dalla classe dirigente cittadina ai responsabili nazionali delle politiche di ordine pubblico.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Ch2 style=\"text-align: justify;\">Le questioni ancora aperte\u003C\u002Fh2>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Le polemiche sull'operato degli agenti in via Irnerio e sulle direttive che eseguirono furono immediate e l'attenzione si concentr&ograve; su alcuni passaggi precisi: l'improvvisa carica delle forze dell'ordine davanti all'Istituto di Anatomia durante la mediazione della squadra politica; l'uso ripetuto di armi da fuoco da parte di un militare in strade affollate di cittadini e, infine, l'assenza di verifiche sulle conseguenze degli spari\u003Ca href=\"#ft-note-12\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-12\" data-content=\"Sul tema, per un punto di vista interno alle forze dell'ordine, risultano sicuramente interessanti le interviste di Franca Menneas a Claudio Trotta e Gesuino Putgioni, componenti dell'unit&agrave; di polizia politica di Bologna presenti in via Irnerio la mattina dell'11 marzo 1977. \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 186-190 e pp. 203-207.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 12\"> [12]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Nel dibattito pubblico e sui mezzi d'informazione si avanz&ograve; anche l'ipotesi di una deliberata ricerca del morto e le spiegazioni per una simile condotta, nel tempo, si sono moltiplicate, consolidandosi nelle memorie individuali. Valerio Monteventi, nel '77 studente lavoratore e militante del movimento bolognese, afferma:&nbsp;\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">La scelta da parte della polizia e dei carabinieri di alzare il livello di scontro quell'11 marzo fu, a mio avviso, fatta a tavolino. C'era stato un banale diverbio all'universit&agrave;, come tanti ne capitavano al periodo, tra studenti di idee contrapposte, che terminavano con qualche spintone o cose del genere. Lo scontro all'istituto di anatomia fu preso come pretesto dalla polizia per intervenire con le armi. L'omicidio di Lorusso non &egrave; frutto della reazione di un carabiniere che si impaurisce e spara per difendersi. In primo luogo perch&eacute; in via Bertoloni furono sparati ad altezza d'uomo altri colpi d'arma da fuoco da parte delle forze dell'ordine e solo per un caso non ferirono nessuno. In via Mascarella spararono i carabinieri, ma non spar&ograve; solo Tramontani, spararono anche altri: si evince dai numerosi colpi ancora visibili sul muro di via Mascarella. [...] Quel giorno ci fu un ordine, probabilmente da parte del ministro degli Interni, di cercare il morto\u003Ca href=\"#ft-note-13\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-13\" data-content=\"L'intervista a Valerio Monteventi &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, p. 236.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 13\"> [13]\u003C\u002Fa>.\u003Cdiv class=\"figure right\" style=\"max-width: 200px\">\u003Cdiv class=\"image\">\u003Ca href=\"\u002Fassets\u002F8e21883a-5add-48a6-b724-9e20bc2ba518\" class=\"fancybox\" title=\"I fori sul muro di risega di via Mascarella vengono cerchiati col gesso dopo l'uccisione di Lorusso\" data-caption=\"I fori sul muro di risega di via Mascarella vengono cerchiati col gesso dopo l'uccisione di Lorusso\">\u003Cimg src=\"\u002Fassets\u002F8e21883a-5add-48a6-b724-9e20bc2ba518?key=medium\" alt=\"I fori sul muro di risega di via Mascarella vengono cerchiati col gesso dopo l'uccisione di Lorusso\" \u002F>\u003C\u002Fa>\u003C\u002Fdiv>\u003Cdiv class=\"caption\">I fori sul muro di risega di via Mascarella vengono cerchiati col gesso dopo l'uccisione di Lorusso\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fdiv>\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Pino Cacucci, all'epoca dei fatti studente lavoratore di idee anarchiche, riflette sull'uccisione di Lorusso:\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">L'ipotesi dell'incidente non mi ha mai convinto. Nell'abbracciare la tesi dell'azione premeditata si rischia di finire nella dietrologia. Per&ograve; all'istituto di anatomia non vi erano stati scontri gravi tali da giustificare l'arrivo di cos&igrave; tanta forza di polizia che scende e inizia a sparare. &Egrave; chiaro che io rifiuto dietrologie secondo le quali furono impartiti ordini precisi di ammazzare qualcuno. &Egrave; indiscutibile, per&ograve;, che ci sia stato da parte di Cossiga per primo e da una parte dei settori dello Stato il calcolo secondo il quale sparando addosso al movimento e ammazzando un po' di militanti ne avrebbero spinto tanti a fare la scelta di non ritorno della lotta armata. Su quel piano avrebbe sicuramente vinto lo Stato, distruggendo di fatto quel movimento che faceva paura. [...] L'attacco a Bologna probabilmente rientra nella logica che mirava a spaccare il movimento, portandone una parte alla lotta armata e l'altra alla disgregazione, cosa che ha funzionato benissimo. [...] &Egrave; stata anche una operazione da \"due piccioni con una sola fava\", cio&egrave; si attacca il movimento a Bologna, citt&agrave; simbolo della buona amministrazione comunista affinch&eacute; il Pci si scanni con gli extraparlamentari: l'immagine di Bologna, &egrave; ovvio, ne esce distrutta\u003Ca href=\"#ft-note-14\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-14\" data-content=\"L'intervista a Pino Cacucci in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 229-230 e p. 232.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 14\"> [14]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Certamente la morte di Lorusso e gli scontri prolungati nelle strade cittadine suscitarono stupore e incredulit&agrave; in quanti, bolognesi e non, consideravano Bologna una citt&agrave; immune dalle tensioni del paese. Il locale gruppo dirigente del Pci e l'amministrazione comunale guidata dal sindaco comunista Renato Zangheri furono relegati al ruolo di spettatori impotenti nella giornata dell'11 marzo, esautorati dai funzionari addetti al mantenimento dell'ordine pubblico. Tale aspetto, la diffidenza verso i giovani contestatori, il clima di tensione provocato dalle stragi neofasciste e dal sorgere del terrorismo rosso spinsero il primo cittadino e la stampa comunista a proporre la tesi di un articolato complotto ai danni del Pci e della citt&agrave; di Bologna. Su \u003Cem>l'Unit&agrave;\u003C\u002Fem> del 13 marzo 1977 si leggeva:\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">L'altra mattina, mentre in via Irnerio e nella zona universitaria si svolgevano i drammatici fatti che sono costati la vita a Pier Francesco Lorusso, la Giunta comunale era riunita [...]. Il sindaco comunista Renato Zangheri, il vice sindaco socialista Gabriele Gherardi e gli altri componenti la Giunta sono stati avvertiti di quanto stava avvenendo soltanto verso le 14, cio&egrave; quando ormai era accaduto l'irreparabile. N&eacute; il rettore dell'ateneo Rizzoli, n&eacute; il questore Palma, n&eacute; il commissario del governo hanno sentito la necessit&agrave; di informare delle decisioni che stavano per assumere e di quanto avveniva.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">&Egrave; questo un primo, gravissimo elemento di una serie di eventi nei quali non &egrave; azzardato porsi interrogativi di pi&ugrave; grave portata e che il sindaco Zangheri ha denunciato ieri mattina, nel corso di un incontro con la stampa [...].\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">&laquo;C'&egrave; una serie di coincidenze tali - ha affermato il sindaco - che ci fanno pensare ad un disegno di provocazione che si persegue da tempo per dimostrare che Bologna &egrave; una citt&agrave; come le altre&raquo; e cio&egrave; sempre pi&ugrave; ingovernabile. [...]\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Ci si &egrave; trovati, dunque, di fronte ad un disegno provocatorio? &Egrave; la domanda sulla quale pi&ugrave; hanno insistito i giornalisti. Il sindaco di Bologna risponde con fermezza: &laquo;Ci sono sicuramente dei provocatori tra le centinaia di giovani che ieri hanno infranto vetrine, devastato negozi, tentato l'assalto alla sede della DC. Ed &egrave; certo anche che atti di vandalismo, di banditismo come questi vanno a vantaggio di chi trama contro le libere istituzioni del Paese, muovono nella linea di chi non vuole che i gravi problemi che assillano la nostra societ&agrave; vengano risolti&raquo;. &laquo;Ma non vogliamo affatto confondere il movimento studentesco con i protagonisti di questi atti di brutale teppismo [...]. Occorre distinguere tra gli atti di teppismo che vanno perseguiti per quello che sono, con l'intervento della polizia e con le norme del Codice penale. Altra &egrave; la lotta nelle universit&agrave;, anche se svolta in forme esagitate. Qui, come nel caso di ogni altra lotta sociale, la polizia non deve intervenire perch&eacute; non &egrave; un problema di ordine pubblico. E occorre anche ribadire che in Italia non esiste la pena di morte. Tanto pi&ugrave; grave &egrave; dunque quanto &egrave; avvenuto ieri, in una citt&agrave; dove da trent'anni non si spara in occasioni di lotte sociali e di lotte studentesche&raquo;\u003Ca href=\"#ft-note-15\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-15\" data-content=\"\u003Cstrong>Romano Zanarini\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Zangheri: &laquo;Bologna deve restare un terreno di lotta democratica&raquo;\u003C\u002Fem>, &laquo;l'Unit&agrave;&raquo;, 13 marzo 1977. Il primo cittadino torn&ograve; sui fatti in un dialogo con Fabio Mussi nel libro-intervista \u003Cem>Bologna '77. Comunisti, potere, dissenso. Analisi di un'esperienza dal vivo\u003C\u002Fem>, Roma, Editori Riuniti, 1978.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 15\"> [15]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Nel tempo, oltre a riflessioni meditate, i dirigenti del Pci bolognese avanzarono anche interpretazioni dei fatti che sconfinavano nel complottismo pi&ugrave; inverosimile, accreditando l'ipotesi che il movimento fosse eterodiretto da agenti segreti stranieri, neofascisti e malavita comune\u003Ca href=\"#ft-note-16\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-16\" data-content=\"Cfr. l'articolo non firmato \u003Cem>Viaggio attraverso l'eversione\u003C\u002Fem>, apparso sull'organo della Federazione comunista bolognese &laquo;La societ&agrave;&raquo;, &nbsp;n. 2, giugno 1977.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 16\"> [16]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Probabilmente influ&igrave; lo smarrimento davanti alla facilit&agrave; con cui furono spazzati via in poche ore la forza e il prestigio della federazione comunista con il maggior numero di iscritti nell'Europa occidentale. Ed ebbe un peso anche la contrapposizione frontale con il movimento. &laquo;Bologna &egrave; rossa del sangue di Francesco&raquo; gridavano i manifestanti nei cortei dei mesi successivi all'uccisione di Lorusso, accusa pesante per la citt&agrave; e il Pci, ritenuti responsabili di quella morte dal punto di vista morale e politico, al pari della Democrazia cristiana. Mauro Zani era segretario cittadino del Partito comunista, le sue parole non lasciano dubbi sull'ostilit&agrave; che divideva i militanti del Pci dagli extraparlamentari:\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">&Egrave; brutto dirlo, ma la verit&agrave; &egrave; che [Lorusso] non fu considerato un morto nostro - inteso come Pci - e nemmeno della citt&agrave;. Questa &egrave; la cruda e crudele verit&agrave;, al di l&agrave; degli orpelli che si possono mettere dopo trent'anni. [...] Non era nostro. Era di chi lo aveva provocato, di chi, comportandosi in un certo modo, aiutava le frange armate, frange armate che erano contro il Pci e magari aiutava anche chi tramava nell'ombra di settori deviati dello Stato. [...] si diffuse uno slogan che conteneva una specifica accusa alla giunta, definita \"rossa del sangue di Francesco\". Come &egrave; facile immaginare non era una frase facile da accettare. Non l'aveva mica ammazzato il Partito comunista. &Egrave; bene vedere le cose dalle varie angolature. Noi sapevamo che, se avesse potuto, una parte di quel movimento ci avrebbe bastonato non solo politicamente, ma anche fisicamente. Se noi avessimo deciso di partecipare ai funerali di Lorusso si sarebbe gridato alla provocazione e sarebbe avvenuta una zuffa sanguinosa. Questa &egrave; la verit&agrave;. Il clima che si era creato era quello che consigliava a ognuno di noi di andare in giro accompagnato da qualcuno per essere pronti a reagire duramente in ogni evenienza. [...] dentro quel movimento c'erano pesci pericolosi che nuotavano liberi. A Bologna come a Roma. [...] Abbiamo provato varie volte a inserire un cuneo chiedendo di prendere le distanze con coloro che ineggiavano alla violenza. Quelle distanze non sono mai state prese\u003Ca href=\"#ft-note-17\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-17\" data-content=\"L'intervista a Mauro Zani &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 181-186.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 17\"> [17]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Agli occhi del movimento, politici e amministratori pubblici avevano espresso solo indifferenza o frasi di circostanza per uno studente ucciso in strada con un colpo di pistola; a ci&ograve; si aggiungeva l'incomprensione per la rabbia di amici e compagni di militanza e il totale allineamento alle politiche repressive dei governi a guida democristiana. I giovani contestatori non accettavano le condanne degli scontri e dei danneggiamenti seguiti agli spari di via Irnerio, reazioni considerate legittime e proporzionate all'operato delle forze dell'ordine. Monteventi &egrave; esplicito:\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">[...] il Pci si alline&ograve; completamente alla linea della repressione. I carri armati, il 13 marzo li volle anche il sindaco Zangheri d'accordo con il ministro Cossiga, quindi non ci furono, da questo punto di vista, delle smagliature. [...] La morte di uno studente fu ritenuta una cosa secondaria rispetto alle violenze che si ebbero subito dopo quell'omicidio stesso. Ci isolarono perch&eacute; considerati violenti e non semplicemente arrabbiati per la morte di un nostro compagno. Non ci furono, insomma, contrapposizioni tra chi comandava in quel momento. I carri armati, come dicevo, li chiese anche Zangheri: fu una cosa gravissima perch&eacute; era la prima volta che nel nostro paese, a una rivolta di piazza, si rispondeva con i carri armati. Era il massimo della potenza militare che lo Stato potesse esprimere contro il movimento che non era un movimento armato. Era un movimento di piazza che si stava ribellando all'assassinio di Francesco, utilizzando tutto quel che trovava per strada per esprimere la propria rabbia, una rabbia spontanea che sancisce una frattura fra la sinistra ufficiale e un'intera generazione di giovani, che non &egrave; mai stata ricomposta. Successivamente, il Pci ha cercato anche una riappacificazione, ma non &egrave; riuscita. Ci fu tutta una polemica sulle vetrine rotte dal corteo dell'11 pomeriggio. Il Comune di Bologna finanzi&ograve; la sostituzione, scelse di stare con i commercianti e non con gli studenti perch&eacute; si ruppe quell'immagine della cittadella perfetta, dell'isola felice che il partito voleva far credere che fosse. Bologna non era pi&ugrave; un'isola felice. Anzi, la cosa paradossale era che la stampa di area comunista dell'epoca diceva che questo movimento era frutto di provocazione. Addirittura si arriv&ograve; a dire che alcuni agenti segreti della Cia che avevano fatto il colpo di Stato in Cile si erano trasferiti a Bologna per organizzare le giornate di marzo. Tutte stronzate che lette oggi sembrano fantapolitica, allora erano opinioni che la sinistra ufficiale cercava di far passare contro il movimento. Non avevano proprio capito nulla e dopo ne hanno pagato le conseguenze. Perch&eacute; si &egrave; creata una spaccatura con una generazione di giovani, parte dei quali ha fatto poi la scelta della lotta armata\u003Ca href=\"#ft-note-18\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-18\" data-content=\"\u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 237-238.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 18\"> [18]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Paolo Zambianchi fece quella scelta, approd&ograve; nell'organizzazione terroristica Prima linea dopo aver militato nel movimento bolognese e, nella ricostruzione del suo tragitto, assegn&ograve; un'importanza fondamentale alla morte violenta di Lorusso e agli scontri che seguirono, vissuti in prima persona:\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Da quel momento al centro delle nostre discussioni si poneva la necessit&agrave; dell'uso della forza e dell'armamento, e del diritto nostro all'autodifesa armata: il nocciolo del dibattito non era pi&ugrave; se, ma come e in quali articolazioni si dovevano usare le armi.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">La scelta del passaggio alla lotta armata avvenne verso la fine di quell'anno [...]. Questa scelta non &egrave; stata da me vissuta in modo traumatico, ma come insita - per cos&igrave; dire - nelle cose e nella storia del mio percorso politico; d'altra parte le tematiche dell'uso della forza erano in certo modo sempre state presenti nella mia militanza politica\u003Ca href=\"#ft-note-19\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-19\" data-content=\"La testimonianza di Zambianchi &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Diego Novelli\u003C\u002Fstrong>, \u003Cstrong>Nicola Tranfaglia\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Vite sospese. Le generazioni del terrorismo\u003C\u002Fem>, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, pp. 317-320.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 19\"> [19]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Tutte le anime del movimento dovettero fare i conti con il tema stringente della violenza, nel corso del tempo le posizioni si moltiplicarono, oscillando tra rivendicazione e sconfessione delle pratiche pi&ugrave; conflittuali. In questa dinamica &egrave; possibile cogliere una delle cause principali della graduale disgregazione del movimento nel corso del 1977, abbandonato da coloro che scelsero di ripiegare nella sfera privata, utilizzato come serbatoio di reclutamento dalle organizzazioni terroristiche di estrema sinistra, sconvolto dalla deriva di alcuni verso la tossicodipendenza.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Nei settori pi&ugrave; oltranzisti della sinistra extraparlamentare italiana, tra gli autonomi e tra molti ex militanti di Lotta continua, da tempo si era fatta strada la convinzione che l'uso della forza fosse necessario e indispensabile nelle sue varie declinazioni, dalla necessit&agrave; di difendersi dagli attacchi dei nemici alle azioni per conquistare obiettivi immediati e di lungo periodo. Prima dell'11 marzo 1977, tali teorie trovarono uno spazio limitato nel movimento bolognese, ma in alcuni c'era gi&agrave; la disponibilit&agrave; e la risolutezza necessaria ad affrontare lo scontro di piazza. Lorusso e gli altri giovani scesi in via Mascarella si mossero sul crinale sottile della guerriglia urbana, alla rabbia per le manganellate davanti all'Istituto di Anatomia si somm&ograve; nei minuti successivi la ferma volont&agrave; di reagire. Beppe Ramina, segretario regionale di Lotta continua fino allo scioglimento della formazione nel 1976, tocca alcuni passaggi chiave della sequenza che port&ograve; alla morte di Lorusso nell'intervista rilasciata a Franca Menneas:\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Un compagno mi disse che erano in corso degli scontri in via Irnerio, [...] davanti all'istituto di anatomia. Ci andammo. A un certo punto gli agenti caricarono con manganelli e lacrimogeni e ci allontanammo di corsa verso via Zamboni. Da piazza Puntoni tentammo di tornare verso via Irnerio da via Bertoloni, ma la polizia cominci&ograve; a sparare. Sentimmo queste raffiche e indietreggiammo di nuovo verso via Belle Arti. Non erano pi&ugrave; candelotti lacrimogeni, sparavano con armi vere. Percorremmo la strada fino a via Mascarella e di nuovo scendemmo verso via Irnerio. Io e Francesco Lorusso arrivammo fino in fondo, all'angolo con via Irnerio, lanciammo due bottiglie molotov che non fecero neppure una fiammata e ci girammo per scappare. [...] Sentii dei colpi di arma da fuoco e Francesco ebbe la forza di dire \"mi hanno beccato\", fece alcuni passi in avanti e cominci&ograve; ad afflosciarsi a terra. [...] Durante le incursioni che tentammo dalle laterali di via Irnerio avevamo lanciato qualche sanpietrino, ma le forze dell'ordine non potevano certo dirsi assediate da una decina di ragazzi con dei sassi in mano. Non eravamo pericolosi. La prima sventagliata che ci spararono in via Bertoloni non aveva senso, eravamo in pochissimi e non stava succedendo niente di grave. Era stata una scaramuccia come tante che si erano verificate in passato. [...] Dell'11 marzo rimane tanta malinconia, tanto dolore sentendo una certa responsabilit&agrave;, anche se indiretta. Mi sento responsabile per essere stato l&igrave; con Francesco. In un certo senso, anche se Lc si era sciolta, ero ancora un punto di riferimento e se solo avessi detto \"no, non andiamo, torniamo indietro\" le cose sarebbero andate diversamente. Invece dissi \"andiamo\". E ci dirigemmo verso via Irnerio\u003Ca href=\"#ft-note-20\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-20\" data-content=\"L'intervista a Beppe Ramina &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 166-169.\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 20\"> [20]\u003C\u002Fa>.\u003C\u002Fp>\r\n\u003C\u002Fblockquote>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Scelte e azioni di Lorusso, Tramontani e degli altri protagonisti in campo la mattina dell'11 marzo ebbero un peso decisivo, ma tutti agivano all'interno di uno scenario pi&ugrave; ampio, definito da idee, culture e dinamiche di contrapposizione ormai radicate. Nell'Italia di fine anni Settanta, lo Stato e i suoi apparati di sicurezza, la politica ufficiale e i movimenti extraparlamentari convivevano nel ristretto perimetro di un paese attraversato da fratture e profondi cambiamenti. Un equilibrio fragile che, a Bologna, venne improvvisamente travolto dai manganelli e dalle armi da fuoco, dalle pietre e dalle bottiglie molotov. L'urto frontale tra forze dell'ordine e sinistra rivoluzionaria si dispiegava da tempo nelle metropoli, ma l'11 marzo 1977 un giovane extraparlamentare veniva ucciso in una piccola citt&agrave;, esibita come modello dell'inclusiva prassi amministrativa del Pci, collocata nella periferia del panorama politico italiano. Un segnale che preannunciava l'allargamento del conflitto e l'incombere di altre pagine cruente.\u003C\u002Fp>\r\n\u003Cp style=\"text-align: justify;\">Dal 1978 a oggi, l'anniversario dell'uccisione di Lorusso &egrave; un'occasione di riflessione e memoria per ex militanti del movimento, giornalisti, storici, politici e comuni cittadini. Riemergono cos&igrave; inevitabilmente letture divergenti e opinioni contrapposte. Nonostante ci&ograve;, Massimo Tramontani e Giovanni Lorusso, fratello di Francesco, si sono incontrati nel 2007 avviando una riconciliazione tutt'altro che scontata\u003Ca href=\"#ft-note-21\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-21\" data-content=\"L'incontro &egrave; descritto da \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong> nell'articolo \u003Cem>Lorusso e Tramontani un abbraccio dopo trent'anni\u003C\u002Fem>, pubblicato il 19 marzo 2007 su &laquo;la Repubblica&raquo; e visibile sul web: \u003Ca href='http:\u002F\u002Fbologna.repubblica.it\u002Fdettaglio\u002Florusso-e-tramontani-un-abbraccio-dopo-30-anni\u002F1280225'>http:\u002F\u002Fbologna.repubblica.it\u002Fdettaglio\u002Florusso-e-tramontani-un-abbraccio-dopo-30-anni\u002F1280225\u003C\u002Fa> (consultato il 16 giugno 2018).\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 21\"> [21]\u003C\u002Fa>. Amici di Francesco Lorusso e compagni di militanza si ritrovano ogni anno nella giornata dell'11 marzo davanti alla lapide commemorativa posta al civico 37 di via Mascarella, dando vita a una manifestazione nel centro di Bologna in cui tornano attuali le parole d'ordine del movimento del '77, i protagonisti, le idee e gli eventi di quella stagione. Ma spesso si affiancano anche temi stringenti imposti dal dibattito politico del momento, messi in primo piano da studenti universitari e giovani della sinistra \"antagonista\" per i quali non &egrave; sufficiente l'esercizio della memoria, ma occorre rinnovare istanze e lotte sociali calandosi nella realt&agrave; odierna. In passato, l'anniversario ha procurato qualche preoccupazione per l'ordine pubblico, non sono mancati infatti attriti tra i manifestanti, tensioni con le forze dell'ordine, danneggiamenti e dure contestazioni ai politici\u003Ca href=\"#ft-note-22\" class=\"ftpopover\" id=\"bd-note-22\" data-content=\"Sui disordini registrati l'11 marzo 1997, ad esempio, si veda \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>E ora a Bologna torna l'esproprio proletario\u003C\u002Fem>, &laquo;la Repubblica&raquo;, 12 marzo 1997, sul web:&nbsp;\u003Ca href='http:\u002F\u002Fricerca.repubblica.it\u002Frepubblica\u002Farchivio\u002Frepubblica\u002F1997\u002F03\u002F12\u002Fbologna-ora-torna-esproprio-proletario.html'>http:\u002F\u002Fricerca.repubblica.it\u002Frepubblica\u002Farchivio\u002Frepubblica\u002F1997\u002F03\u002F12\u002Fbologna-ora-torna-esproprio-proletario.html\u003C\u002Fa> (consultato il 16 giugno 2018).\" data-toggle=\"popover\" data-original-title=\"Nota 22\"> [22]\u003C\u002Fa>.&nbsp;Anche per questo l'amministrazione comunale, i rappresentanti dell'Universit&agrave; e dei partiti tradizionali hanno mantenuto nel tempo una sostanziale distanza dalla forma e dai contenuti della manifestazione. Alla base per&ograve; c'&egrave; soprattutto la frattura registrata in citt&agrave; nel 1977, tra quanti hanno vissuto dall'interno l'esperienza nel movimento e chi serba un ricordo di estraneit&agrave;, se non di ostilit&agrave;, verso la mobilitazione dei \"non garantiti\". Generazioni e memorie divise destinate a confrontarsi e a scontrarsi negli anni a venire davanti a una comunit&agrave; in larga parte distratta, poco interessata alla contesa. Bologna &egrave; cambiata profondamente nel frattempo, ma offre ancora l'immagine di una citt&agrave; dove il diffuso benessere &egrave; strettamente legato alla bassa conflittualit&agrave; politica. Le pagine pi&ugrave; controverse della sua storia passano cos&igrave; in secondo piano, ancora scomode e irrisolte.\u003C\u002Fp>\u003Cdiv class=\"footNotes\">\u003Chr \u002F>\u003Ch4 class=\"notes\">Note\u003C\u002Fh4>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-1\" href=\"#bd-note-1\">1\u003C\u002Fa>. \u003Cstrong>Luca Falciola\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Il movimento del 1977 in Italia\u003C\u002Fem>, Roma, Carocci, 2015, pp. 118-119. Tra i contributi pi&ugrave; recenti si segnala anche \u003Cstrong>Alessio Gagliardi\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Il '77 tra storia e memoria\u003C\u002Fem>, Roma, Manifestolibri, 2017. La produzione memorialistica e storiografica sui movimenti collettivi negli anni Settanta &egrave; gi&agrave; ampia, per un'accurata contestualizzazione cfr. \u003Cstrong>Giovanni De Luna\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria\u003C\u002Fem>, Milano, Feltrinelli, 2011 e \u003Cstrong>Donatella Della Porta\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Movimenti collettivi e sistema politico in Italia. 1960-1995\u003C\u002Fem>, Roma, Laterza. 1996.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-2\" href=\"#bd-note-2\">2\u003C\u002Fa>. Il sindaco Renato Zangheri affront&ograve; il tema del modello bolognese e delle virt&ugrave; delle amministrazioni comuniste poco tempo prima dell'inizio della contestazione nel libro-intervista scritto con \u003Cstrong>Enzo Biagi\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Il sindaco di Bologna. Enzo Biagi intervista Renato Zangheri\u003C\u002Fem>, Modena, Franco Levi, 1976.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-3\" href=\"#bd-note-3\">3\u003C\u002Fa>. Per una ricostruzione degli episodi di violenza politica a Bologna nella seconda met&agrave; degli anni Settanta cfr. \u003Cstrong>Luca Pastore\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>La vetrina infranta. La violenza politica a Bologna negli anni del terrorismo rosso, 1974-1979\u003C\u002Fem>, Bologna, Pendragon, 2013.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-4\" href=\"#bd-note-4\">4\u003C\u002Fa>. Sull'episodio sono utili le interviste di Franca Menneas a due protagonisti: Diego Benecchi, uno dei leader del movimento, e Paolo Vestrucci, responsabile di CL. Le testimonianze sono riportate in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Omicidio Francesco Lorusso. Una storia di giustizia negata\u003C\u002Fem>, Bologna, Pendragon, 2015, pp. 172-175 e pp. 207-210. La dinamica dei fatti dell'11 marzo e gli eventi immediatamente successivi furono ricostruiti anche nel dossier \u003Cem>11-16 marzo: Chi? Come? Perch&eacute;?\u003C\u002Fem>, apparso sull'organo della Federazione comunista bolognese, &laquo;La societ&agrave;&raquo;, n. 1, maggio 1977.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-5\" href=\"#bd-note-5\">5\u003C\u002Fa>. Il passo &egrave; tratto dall'intervista rilasciata da Massimo Tramontani a \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong>, \"\u003Cem>Non chiamatemi killer\u003C\u002Fem>\", &laquo;la Repubblica&raquo;, 20 marzo 1997.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-6\" href=\"#bd-note-6\">6\u003C\u002Fa>. L'intervista a Raffaele Bertoncelli &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 232-235.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-7\" href=\"#bd-note-7\">7\u003C\u002Fa>. \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 90-91.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-8\" href=\"#bd-note-8\">8\u003C\u002Fa>. \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong>, \"\u003Cem>Non chiamatemi killer\u003C\u002Fem>\", &laquo;la Repubblica&raquo;, 20 marzo 1997.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-9\" href=\"#bd-note-9\">9\u003C\u002Fa>. Nel volume \u003Cem>Bologna, marzo 1977... fatti nostri\u003C\u002Fem>, (Verona, Bertani, 1977) furono trascritti i contenuti delle telefonate degli extraparlamentari a Radio Alice, giunte mentre erano in corso gli scontri con gli agenti e diffuse in diretta dall'emittente. La radio, voce del movimento bolognese, venne in seguito chiusa dalle forze dell'ordine con una irruzione negli studi vissuta anch'essa in tempo reale dagli ascoltatori. Su Radio Alice cfr. \u003Cstrong>Bifo\u003C\u002Fstrong>, \u003Cstrong>Gomma\u003C\u002Fstrong>, (i.e. Franco Berardi, Ermanno Guarneri), \u003Cstrong>Collettivo A\u002FTraverso\u003C\u002Fstrong>, a cura di, \u003Cem>Alice &egrave; il diavolo. Storia di una radio sovversiva\u003C\u002Fem>, Milano, Shake, 2000 e \u003Cstrong>Luca Rota\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio pi&ugrave; libera di sempre\u003C\u002Fem>, Ravenna, Sensoinverso, 2016.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-10\" href=\"#bd-note-10\">10\u003C\u002Fa>. La documentazione relativa alle inchieste giudiziarie sull'uccisione di Lorusso &egrave; conservata in copia nel fondo dell'Associazione Pier Francesco Lorusso, depositato presso l'archivio dell'Istituto per la Storia e le Memorie del '900 Parri E-R di Bologna.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-11\" href=\"#bd-note-11\">11\u003C\u002Fa>. \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, p. 132. La legge Reale, promulgata nel 1975 e promossa dal ministro di Grazia e giustizia Oronzo Reale in un'ottica di contrasto della violenza politica, tra le altre cose ampliava la discrezionalit&agrave; delle forze dell'ordine nell'uso delle armi da fuoco.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-12\" href=\"#bd-note-12\">12\u003C\u002Fa>. Sul tema, per un punto di vista interno alle forze dell'ordine, risultano sicuramente interessanti le interviste di Franca Menneas a Claudio Trotta e Gesuino Putgioni, componenti dell'unit&agrave; di polizia politica di Bologna presenti in via Irnerio la mattina dell'11 marzo 1977. \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 186-190 e pp. 203-207.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-13\" href=\"#bd-note-13\">13\u003C\u002Fa>. L'intervista a Valerio Monteventi &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, p. 236.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-14\" href=\"#bd-note-14\">14\u003C\u002Fa>. L'intervista a Pino Cacucci in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 229-230 e p. 232.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-15\" href=\"#bd-note-15\">15\u003C\u002Fa>. \u003Cstrong>Romano Zanarini\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Zangheri: &laquo;Bologna deve restare un terreno di lotta democratica&raquo;\u003C\u002Fem>, &laquo;l'Unit&agrave;&raquo;, 13 marzo 1977. Il primo cittadino torn&ograve; sui fatti in un dialogo con Fabio Mussi nel libro-intervista \u003Cem>Bologna '77. Comunisti, potere, dissenso. Analisi di un'esperienza dal vivo\u003C\u002Fem>, Roma, Editori Riuniti, 1978.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-16\" href=\"#bd-note-16\">16\u003C\u002Fa>. Cfr. l'articolo non firmato \u003Cem>Viaggio attraverso l'eversione\u003C\u002Fem>, apparso sull'organo della Federazione comunista bolognese &laquo;La societ&agrave;&raquo;, &nbsp;n. 2, giugno 1977.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-17\" href=\"#bd-note-17\">17\u003C\u002Fa>. L'intervista a Mauro Zani &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 181-186.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-18\" href=\"#bd-note-18\">18\u003C\u002Fa>. \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 237-238.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-19\" href=\"#bd-note-19\">19\u003C\u002Fa>. La testimonianza di Zambianchi &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Diego Novelli\u003C\u002Fstrong>, \u003Cstrong>Nicola Tranfaglia\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>Vite sospese. Le generazioni del terrorismo\u003C\u002Fem>, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, pp. 317-320.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-20\" href=\"#bd-note-20\">20\u003C\u002Fa>. L'intervista a Beppe Ramina &egrave; pubblicata in \u003Cstrong>Franca Menneas\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>op. cit.\u003C\u002Fem>, pp. 166-169.\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-21\" href=\"#bd-note-21\">21\u003C\u002Fa>. L'incontro &egrave; descritto da \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong> nell'articolo \u003Cem>Lorusso e Tramontani un abbraccio dopo trent'anni\u003C\u002Fem>, pubblicato il 19 marzo 2007 su &laquo;la Repubblica&raquo; e visibile sul web: \u003Ca href=\"http:\u002F\u002Fbologna.repubblica.it\u002Fdettaglio\u002Florusso-e-tramontani-un-abbraccio-dopo-30-anni\u002F1280225\">http:\u002F\u002Fbologna.repubblica.it\u002Fdettaglio\u002Florusso-e-tramontani-un-abbraccio-dopo-30-anni\u002F1280225\u003C\u002Fa> (consultato il 16 giugno 2018).\u003C\u002Fp>\u003Cp>\u003Ca id=\"ft-note-22\" href=\"#bd-note-22\">22\u003C\u002Fa>. Sui disordini registrati l'11 marzo 1997, ad esempio, si veda \u003Cstrong>Michele Smargiassi\u003C\u002Fstrong>, \u003Cem>E ora a Bologna torna l'esproprio proletario\u003C\u002Fem>, &laquo;la Repubblica&raquo;, 12 marzo 1997, sul web:&nbsp;\u003Ca href=\"http:\u002F\u002Fricerca.repubblica.it\u002Frepubblica\u002Farchivio\u002Frepubblica\u002F1997\u002F03\u002F12\u002Fbologna-ora-torna-esproprio-proletario.html\">http:\u002F\u002Fricerca.repubblica.it\u002Frepubblica\u002Farchivio\u002Frepubblica\u002F1997\u002F03\u002F12\u002Fbologna-ora-torna-esproprio-proletario.html\u003C\u002Fa> (consultato il 16 giugno 2018).\u003C\u002Fp>\u003C\u002Fdiv>","collection","2018-05-30T00:00:00","Luca Pastore","054bc77e-e1de-4bf1-9791-4c006ffb89ff",[215],{"tags_id":216},{"name":217},"casistudio",[],[],[]]